23092017Headline:

E’ in arrivo il tripolarismo all’italiana

Mario Monti

Mario Monti

I padri fondatori degli Stati Uniti erano tutti wasp (white, anglosaxon, protestant); con idee e interessi talvolta differenti – alcuni erano più aperti al cambiamento, altri più prudenti – ma con un obiettivo sostanzialmente unitario e, soprattutto, decisi a lasciarsi alle spalle una storia a cui non sentivano più di appartenere.  Fu facile, per loro, applicare un bipolarismo politico, una sorta di pendolo che distribuiva i poteri nel tempo ora all’una ora all’altra parte, ma nel filone complessivamente omogeneo dell’american way to progress. La monarchia inglese per quasi un millennio ha regolato i rapporti tra i ricchi e i poveri, garantendo un complesso precoce di leggi democratiche volte a garantire la partecipazione dei cittadini alla vita politica britannica. Anche in questo caso, si delineò ben presto un regime sostanzialmente bipolare, tra progressisti e conservatori, che nell’800 si arricchì delle motivazioni socialiste e liberali, senza per questo creare una proliferazione di partiti, che non era nelle corde della nazione. In altri paesi invece la storia ha disegnato un mosaico più complesso: ad esempio in Francia, per il retaggio politico di una rivoluzione madre di tutta la politica moderna; in Belgio e in Germania, per il sovraccarico trasversale di differenze territoriali, religiose ed etniche anche recenti.

In Italia si è verificata, a partire dalla storia repubblicana, una proliferazione massiccia di partiti e di orientamenti politici, tanto da costringere in questi ultimi decenni a pensare seriamente ad un regime bipolaristico che superasse l’empasse di tanta eterogeneità.   Con interventi anche forzosi, come lo sono  – seppur da fronti opposti – sia le “primarie” che il “porcellum”.  E con l’inevitabile tentazione di pensare a una repubblica presidenziale.

bersani

Pierluigi Bersani

Può funzionare il bipolarismo in Italia?   La mia personale impressione è che non possa funzionare;  e forse che non “debba”. Vediamo perché. Negli assetti politici di un Paese la storia conta.  L’Italia un secolo e mezzo fa era divisa in una quindicina di staterelli  e più andiamo indietro nel tempo e più la vediamo frammentata; occorre spingersi a diciassette secoli fa per vederla unificata, ma siamo ormai all’Impero Romano, roba di archeologia. L’Italia di oggi presenta ancora campanilismi e municipalismi di epoca medievale, quando ci si guardava in cagnesco dai merli delle mura di città vicine. Che le cose sia cambiate poco lo dimostra la cagnara sollevata da Pisa e Livorno – tanto per fare un esempio –  di fronte al progetto di riunificazione delle province.   Ma l’Italia è anche una penisola allungata che ospita etnie, territori, climi, problematiche differenti, che non è facile omogeneizzare in un progetto amministrativo comune.   E non solo: l’Italia è un paese cattolico – il più cattolico, almeno sul piano formale – e questa è una criticità che, oggi, appare estremamente impegnativa, giacché apre ad un dibattito irrisolto sia sui valori non negoziabili, sia sui contrasti nell’interpretazione della società civile, e quindi sulle appartenenze politiche. Ma è anche un paese dove è cresciuto nel tempo uno dei più forti movimenti politici laici dell’occidente, e forse non a caso, vista la lunga ipoteca storica, ma anche politica, del cattolicesimo.    In realtà le esperienze recenti del bipolarismo italiano (che ha meno di vent’anni) sono tutt’altro che incoraggianti; perché i due “blocchi” non sono mai stati veramente omogenei, hanno dovuto subire il ricatto di alcune componenti forzatamente arruolate alla bisogna, ma pronte a liberarsi di ogni lacciuolo per raggiungere i propri obiettivi: la Lega che sgambetta Berlusconi, o la sinistra che manda a fondo Prodi ne sono alcuni esempi.

Il campanello d’allarme, insomma, è che neppure un sistema bipolaristico consente ai governi di terminare tranquillamente la loro opera, obiettivo su cui si era costruito di fatto il progetto stesso del bipolarismo. D’altronde, che l’Italia sia un paese un po’provinciale che per risolvere i propri problemi debba copiare gli altri, è risaputo. Inserire un sistema bipolare prettamente anglosassone, e di diversa matrice socioculturale, in Italia, poteva venire in mente solo a qualche disperato a corto di progettualità; come del resto si vede anche nella ricerca affannosa di un sistema elettorale “straniero”, che sia alla francese, alla tedesca, alla spagnola o altro. Suona beffarda la costatazione che i due maggiori schieramenti bipolari italiani sentano la necessità di spacchettarsi per raggiungere il benestare degli elettori più esigenti e differenti. Siamo sicuri che poi, in Parlamento e pluribus unum? E a quale prezzo? Ma suona beffarda anche la costatazione che entro certi schieramenti preti e mangiapreti si tengano per mano: certo, in  periferia, dove si deve amministrare soprattutto la cosa pubblica, ci può stare, anzi può funzionare benissimo, ma quando in Parlamento si arriverà prima o poi a decidere anche dei massimi sistemi (bioetica, famiglia, ecc.) che succederà? Chi si ritirerà in buon ordine, allineato e coperto? E su quali basi? Del mero rapporto maggioranza/minoranza, che diventa in  tal caso assolutismo? Della concessione di qualche provvigione?

Silvio Berlusconi

Silvio Berlusconi

Sul Corriere della Sera Pierluigi Battista ha sentenziato che anche i valori non negoziabili possono essere spacchettati. Ha anche deciso come, dove e quando. E’ un vizio che salti sempre su qualche maestrino a dire cosa deve fare un cattolico e fino a che punto debba esserlo; forse perché in passato sono stati i cattolici a pretendere di dire a tutti cosa dovevano fare: sarà una nemesi.  Ma d’altronde anche i cattolici sono spaesati: dovrebbero farsi “apostoli” della loro religione, ma preferiscono coltivarsela nel privato.  Orfani di un “loro” partito, sostengono che si può stare dappertutto, e viene il sospetto che non lo pensino per servizio, ma per opportunismo.  Oddio, potrebbe anche esser vero, ma ciò vorrebbe dire due cose: o che il cattolicesimo è buono per tutte le stagioni, e allora non si sa bene che roba sia; oppure che gli schieramenti politici sono molto più simili di quel che si creda, ma nessuno immagino lo voglia sostenere. Chi è più cattolico, allora, uno che va a braccetto con Vendola, uno che adora Berlusconi o uno che insegue Monti ?  Da sociologo, non ne ho idea; da cattolico, una mezza idea ce l’avrei. Comunque, di fronte ad un bipolarismo tanto imperfetto, che in Italia il Centro stia guadagnando consensi – cattolico o laico che sia – qualcosa forse vorrà dire. Perché se tutti i grandi partiti lo stanno demonizzando, è proprio perché sanno benissimo che domani potrà essere l’ago della bilancia; perché qualcuno si sta accorgendo che le ammucchiate possono servire ad occupare una poltrona, ma non garantiscono per il futuro, ché le divisioni croniche dello schieramento politico italiano potrebbero risorgere al primo impaccio; e, soprattutto, perché in Italia il bipolarismo ha il sapore acido della tacita spartizione fra i poteri forti, quello che ha fatto scattare la demagogia e il populismo dell’ultim’ora.  Un tri-polarismo, allora, un prodotto originale e irripetibile della cultura politica italiana?   Qualcuno sostiene che sarebbe ora di rivedere le tradizionali divisioni tra destra, sinistra e centro, perché sono antistoriche o, meglio, quanto meno andrebbero lette in termini tridimensionali.  Pannella ci sta dimostrando che si può andare ovunque, seguendo le proprie idee.   Personalmente, non mi piace l’idea di andare ovunque, ma è chiaro che nella società del terzo millennio gli obiettivi non sono più scritti dall’ideologia, ma dai bisogni condivisi e dal pluralismo.

Sergio Marchionne

Sergio Marchionne

Il pluralismo: sembrava la panacea della democrazia, ma a me sembra che il bipolarismo gli tarpi un po’ le ali. Dice: in politica il bipolarismo è il futuro, perché con la globalizzazione, con l’avvento dei nuovi scenari della postmodernità del terzo millennio, certe differenze minimaliste dovrebbero scomparire, dovrebbero essere volontariamente superate. Siamo ormai cittadini d’Italia, d’Europa, del Mondo e non di questo o quel campanile, di questa o quella confessione, di questa o quella ideologia, di questo quel partitino.      Non è così semplice.   A parte che oggi è stato coniato un concetto, “glocalità”, che recupera una forte individualità nel contesto globale, aperta sì all’esterno planetario, ma non per questo disposta a cedere la propria identità.  Ma talvolta gridano al superamento delle ideologie e dei settarismi proprio coloro che poi, nella politica interna, del lavoro, dell’economia – Fiat docet –  si dimenticano volentieri che viviamo in un sistema internazionale, dove se ti irrigidisci e non ti adegui a certe regole salti per aria senza che importi a qualcuno fuori dei nostri confini, se non per fregarsi le mani di aver eliminato una scomoda concorrenza. Un punto di vista, il mio, e niente più, ovviamente. Ma certamente un invito a riflettere su un aspetto del nostro Paese che oggi è sempre più spesso interpretato, nei termini che ho esposto, da una nutrita schiera di sociologi, economisti e politologi. Per quel che può valere…

 

 

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