21102017Headline:

Le mura civiche, belle e abbandonate

Le mura nella zona di Porta Faul...

Le mura nella zona di Porta Faul…

E’ stato rilevato proprio in questi giorni che, nel dibattito elettorale in corso, i problemi relativi alla tutela del patrimonio artistico, architettonico e archeologico brillano per la loro assenza. Se ciò è incontestabile, è vero pure che la cosa è destinata a non fare notizia: ricordate altra circostanza elettorale in cui sia accaduto il contrario? Tutti sanno d’altronde che, per l’indifferenza e l’insipienza di una politica irresponsabile (e che non accenna a cambiare), i beni culturali giacciono nel nostro paese nel più totale abbandono.

La Tuscia, che pure ha avuto l’onore (da pochi avvertito) di ospitare la prima facoltà in Italia dedicata alla conservazione dei beni culturali, presenta al riguardo una situazione disastrosa. La condizione di aree archeologiche di grande rilevanza quali quelle di Norchia, Falerii Novi, Castel d’Asso e Ferento (nella quale ultima si adoperano meritoriamente ogni estate, da molti anni, gli archeologi dell’Università della Tuscia e i loro studenti) suscita pena in chiunque abbia occhi e mente per osservare. Non diversamente vanno, purtroppo, le cose (ed è su questo che vogliamo spendere qui due parole) per un bene urbano di primaria importanza quali sono le mura medievali di Viterbo: fra le non molte cerchie murarie del nostro Paese che quasi per intero, nonostante tutto, sopravvivono.

E’ stato ricostruito dagli storici che il circuito murario quale oggi lo si osserva prese corpo all’incirca fra la metà del secolo XII e gli anni ’60 del XIII. Mentre non si tardò ad erigere le difese di Piano Scarano, fu realizzato solo negli anni tra il 1208 e il 1220 il tratto di mura che, muovendo dal monastero di Santa Rosa, giungeva alle fortificazioni di S. Lupara (oggi Sallupara) e proseguiva inglobando il piano di S. Faustino, che proprio in quegli anni definiva il suo assetto insediativo. Tale parte del circuito consentì di guadagnare definitivamente alla città il castello di Sant’Angelo (posto nel luogo dove ora si erge la chiesa di S. Francesco con gli edifici prossimi), che fino allora era rimasto separato dalla civitas Viterbiensis sotto la signoria dei canonici di Sant’Angelo in Spada. Sul tratto nuovo delle mura furono aperte tre nuove porte, ovvero quelle di Capo di Piaggia (Porta Murata), la porta di Santa Lucia (in prossimità dell’odierna Porta Fiorentina) e la scomparsa Porticella, che si apriva sul lato nord della piazza della Trinità.

Secondo le cronache del Quattrocento, è precisamente nel 1215 che il circuito murario venne prolungato dal torrione di S. Lupara fino a Porta Bove. Bisognò attendere, per contro, il 1246 perché anche la vulnerabile valle del Tignoso (valle di Faul) avesse una difesa muraria. A questo punto, non molto mancava perché la cerchia completamente si chiudesse: a ciò provvide, nel 1265, il Capitano del popolo Visconte Gatti collegando il tratto di cui sopra si è detto alla cortina muraria di Piano Scarano. La torre di S. Biele, che si prese ad erigere nel 1270 sulla via Romana, a sud-est della città, sarebbe rimasta a testimoniare, nel suo isolamento, un progetto di ampliamento del sistema difensivo cittadino che mai sarebbe stato compiuto.

...e quelle nella zona di Porta Romana

…e quelle nella zona di Porta Romana

Per secoli le mura urbiche hanno contribuito a definire l’identità di Viterbo, cosa che peraltro ancora oggi accade nonostante l’espansione extra moenia della città. Consapevolezza storica, sensibilità culturale, elementare buon senso imporrebbero di tutelarne i destini, considerato anche il fatto che rappresentano una delle maggiori attrattive di cui la città può avvalersi per la tanto spesso evocata intensificazione del ‘turismo culturale’. E’ dunque utopia immaginare un monitoraggio delle mura che non attenda per compiersi il collassamento di questo o quel tratto? Può pretendersi che quando si renda necessario ricostruire lo si faccia senza dilettantistica improvvisazione, bensì con filologica aderenza alle vicende storiche e architettoniche del monumento? E’ troppo chiedere che si difenda il circuito murario dall’intrusione di nuove installazioni commerciali, dall’apertura inconsulta di nuove finestre, e magari si pensi finalmente a realizzare intorno ad esso (laddove ancora possibile) una zona di rispetto che cancelli le deturpazioni di parcheggi sterrati, locali ‘fast food’, benzinai e quant’altro?. Appartiene, infine, al novero delle possibilità che la competente Soprintendenza, di fronte a tale sfascio, batta un colpo per mostrare che esiste?

Un noto critico e storico dell’arte ha motivatamente incluso la zona prospiciente il tratto murario fra Porta S. Pietro e Porta Romana fra quelle a maggior coefficiente di degrado in ambito centroitaliano. Ci teniamo a questi primati? A giudicare dall’ ‘anfiteatro’ costruito dinanzi ai resti di Santa Maria delle Fortezze sembrerebbe proprio che li si voglia rafforzare.

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