16122017Headline:

Sedici musei viterbesi rischiano la chiusura

Il chiostro del museo civico

Il chiostro del museo civico

La notizia. Sedici musei del territorio della Tuscia rischiano di chiudere. Si tratta del museo della Preistoria della Tuscia e della Rocca Farnese di Valentano; del Fiore di Acquapendente; della Terra di Latera: del Brigantaggio di Cellere; territoriale del Lago di Bolsena: archeologico di Grotte di Castro; Civico di Viterbo (che peraltro è gravato da tanti altri problemi, non ultimi quelli strutturali); l’archeologico di Nepi;  Patrimonium di Sutri; Opera Bosco di Calcata; Naturalistico di Lubriano; Vino di Castiglione in Teverina; Tradizioni popolari di Canepina; civico archeologico ‘Rittatore Vonwiller’ di Farnese; Ceramica di Vasanello; museo e centro culturale Scacchi di Gallese.

Il motivo. Lo spiega, in un documento che viene fatto girare nella rete per raccogliere adesioni, il coordinamento dei direttori delle strutture che comprende, accanto ai musei, anche gli archivi storici degli enti locali, nonché le biblioteche. “Fin dagli anni Settanta del secolo scorso la Regione Lazio – si sottolinea – ha avviato politiche di promozione e regolamentazione dei musei nel territorio. Le caratteristiche storiche-artistiche, naturalistiche e demoetnoantropologiche del Lazio sembravano infatti tali da rendere necessaria la creazione di istituti culturali che si occupassero del patrimonio, da affidare al tessuto sociale e agli enti locali”. Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti e quella spinta propulsiva orientata alla diffusione della cultura si è gradatamente spenta.

I tagli. Tra il 2011 e il 2012 i contributi regionali per le postazioni permanenti si sono ridotti del 75 per cento, col risultato del “quasi totale azzeramento dei fondi destinati alla cultura – prorompono i direttori – impedisce di fatto la realizzazione delle moltissime attività che questi istituti propongono al territorio”.

Con la cultura non si mangia. Lo teorizzò un superministro all’Economia dei successivi governi guidati da Silvio Berlusconi. Una tesi che ha fatto strada, tanto da insinuarsi nei programmi di quasi tutti i partiti e movimenti attesi al responso delle urne del 24 e 25 febbraio. E’ stato il giornalista e scrittore Gian Antonio Stella, in articolo apparso sul Corriere della Sera (Il patrimonio dimenticato, 2 febbraio 2013) col quale ha analizzato i programmi delle forze che si candidano alla guida del Paese, a dimostrare che “la cultura non entra nel dibattito politico neppure in campagna elettorale…”.   Le prove? “Nell’ultimo mese – sottolinea Stella – Mario Monti si è guadagnato 2.195 titoli dei quali due abbinati alla cultura, Berlusconi 1.363 (cultura: zero), Bersani 852 (cultura: uno), Grillo 323 (cultura: zero), Ingroia 477 (cultura: zero), Giannino 74 (cultura: zero). Vale a dire che in totale i sei leader in corsa hanno avuto 5.284 titoli di cui solo 3 (tre!) che in qualche modo facevano riferimento alla cosa per la quale l’Italia è conosciuta e amata nel mondo”.

E le singole forze politiche, come se la passano? Parola ancora a Stella: “Nella sua Agenda, Mario Monti dedica un capitoletto all’Italia della bellezza, dell’arte e del turismo. È difficile però dimenticare come il decreto Cresci Italia montiano, in 188 pagine, non facesse cenno alla Cultura”.

“E il Pd? Tra i dieci capitoli del programma  www.partitodemocratico.it i beni culturali non ci sono”. “Pier Ferdinando Casini si allinea. Ha qualcosa da dire sulla famiglia e la vita, la scuola e il lavoro, le imprese e la casa, la salute e la sicurezza, il federalismo e l’immigrazione… E la cultura? No. Assente”

“”Quasi assente anche nel decalogo degli «Io ci sto» della «Rivoluzione civile» di Antonio Ingroia. Movimento impegnato, legalità e solidarietà, laicità e sanità, università e antimafia e un mucchio di altre cose ma sul nostro tema assai stitico: «Vogliamo che la cultura sia il motore della rinascita del Paese». “L’Idv? Mai la parola cultura, mai beni culturali, mai patrimonio culturale…”.

“La Lega Nord? Unica proposta, abolire le Soprintendenze per «attribuire alle Regioni ogni potestà decisionale in materia di beni culturali, trasferendo le competenze ai territori». “Il Movimento 5 Stelle è interessato ad altro. Propongono di tutto, i grillini. Ma non un cenno, nel programma online, ai beni culturali, al patrimonio artistico, ai musei, ai siti archeologici…”

“Nichi Vendola (Sel) e Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia): sono loro a formare la coppia più inaspettata. Nei loro programmi dedicano più spazio alla necessità di puntare sulla cultura per uscire dalla crisi. Loro a ribadire con più convinzione che non solo devono essere coinvolti i privati ma che lo Stato deve investire di più, puntare sulle intelligenze, la creatività, i giovani.

“E il Pdl di quel Berlusconi che in uno spot diceva che l’Italia ha il 50% dei beni artistici tutelati dall’Unesco,  decuplicando (ne abbiamo 47 su 936) per vanità patriottica la nostra percentuale? Dedica al tema, in coda, 7 righe su 379”.

Ultima citazione di Stella. “Gli investimenti nel settore, sono crollati dal 2001 al 2011, decennio berlusconiano (con parentesi prodiana) dallo 0,39 allo 0,19% del Pil. Il contrario di quanto ha fatto in Germania (tirandosi addosso, paradossalmente, perfino la critica di aver un po’ esagerato) la «nemica» Angela Merkel”.

 

 

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22   Commenti

  1. Altri paesi europei investono sulla cultura e sulla valorizzazione del patrimonio artistico e culturale. La nostra Tuscia ha un grande patrimonio che non ha mai saputo valorizzare adeguatamente e così facendo è sempre rimasta fuori dai circuiti principali del turismo. In un recente post del mio blog ho affrontato questo annoso problema http://giovannifonghiniunavocefuoridalcoro.blogspot.it/2013/01/la-tuscia-bella-addormentata-del.html

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