20112017Headline:

Melting pot ormai non conosce confini

Mauro Morucci

Mauro Morucci

Nel nome, il destino. Già, perché cosa vuol dire in fondo “melting pot”? Letteralmente, è la tazza in cui si mescola. In senso figurato, e in una società che cerca sempre immagini definitive, è il crogiolo, l’amalgama di tanti elementi diversi. Melting Pot con le lettere maiuscole è una cosa diversa, o forse no: questo fu il titolo della testata scelto nel lontano 1996 da Mauro Morucci, suo fondatore, editore e poi direttore responsabile. Unire, mescolare, raccontare tante cose diverse che compongono la nostra società, quella viterbese in particolare, partendo dai giovani per arrivare al più vasto pubblico possibile, ma attenzione, senza pretesti di fare sociologia. Nacque come mensile, Melting Pot, per poi diventare quindicennale. Ha mutato formati e colori, fino alla versione attuale, uno sciccoso full color introdotto quando la maggiore parte dei quotidiani era ancora in bianco e nero. Col tempo si è allargato: dalla carta al web, al cinema, all’editoria pura, alla comunicazione a 360 gradi. E con la tenacia della goccia che scava la roccia, ha aumentato il suo raggio d’azione: dalla Tuscia ad Orvieto, poi a Terni (dove ha una redazione locale) fino all’ultimo salto, stavolta verso sud, nel comprensorio braccianese, zona di confine che accusa sì l’influenza di Roma ma che mantiene anche solidi legami con il Viterbese. Dalla prossima settimana Melting Pot, la rivista, sarà distribuita anche a Bracciano, Anguillara, Trevignano e Manziana, con un aumento di tiratura notevole (si passa da 9mila a 12mila copie) ma mantenendo sempre e comunque lo status di pubblicazione gratuita. Già, perché Melting Pot ha inventato la cosiddetta free press prima che la scoprissero i grandi editori nel resto d’Italia. E, ultimo paradosso della serie, mentre i giornaloni gratuiti (Leggo, Metro, City) stanno chiudendo o se la passano male, MP si allarga. E investe.

“La crisi ci ha messo davanti ad un bivio – racconta Morucci, sposato con un pupo, giornalista professionista, mente da ragionatore, appassionato di cinema e di Lazio, intesa come squadra di calcio – Potevamo stare fermi ad aspettare il bel tempo, con tutti i rischi del caso, oppure potevamo darci da fare, magari osando un po’ ma comunque provandoci”. E Melting Pot ha osato, aprendosi verso sud, e verso un’area comunque importante, dal punto di vista economico (la pubblicità resta l’energia occulta che muove un’azienda come questa) e demografico: “Parliamo di quattro comuni che insieme valgono come Viterbo – ricorda Morucci – In più qui abbiamo trovato degli sbocchi naturali, collaborando con persone della zona: è stata un’espansione tutt’altro che forzata, anzi il contrario”. I lettori della zona ringraziano: avranno finalmente un punto di riferimento per i contenuti: dagli appuntamenti più o meno culturali, alle recensioni, gli approfondimenti, i personaggi.

L’impressione – che diventa man mano certezza – è che le sorprese non siano finite qui. Che altra carne è pronta a rosolare a dovere sulla griglia. Morucci non si sbilancia, ma accenna ad un portale web innovativo (fermo restando che l’app per Iphone e Android è già scaricatissima e comodissima) e sancisce la trasformazione definitiva in Melting Pot comunicazione, con tanti servizi innovativi da offrire.  E pensare che tutto nacque nel lontano 96, quando un giovane che aveva il pallino dell’editoria si mise a fare due conti di quanta pubblicità servisse per partire. Oggi è partito, e la stazione d’arrivo sembra ancora lontana.

Ps: l’autore di questo pezzo collabora con Melting pot da 14 anni. Può dunque avere avuto qualche conflitto d’interesse nel parlarne bene. Ma la sincerità con cui lo ammette a priori salva almeno le forme. Che in fondo è quello che conta oggi.

 

 

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