23112017Headline:

Dopo questa Waterloo, addio caro Pd

PD: PRESENTAZIONE DELLA FESTA DEMOCRATICA CON BERSANICaro Pd, addio. Perché se il risultato di ieri mattina sull’elezione del presidente della Repubblica non è una vera e propria Waterloo di Pierluigi Bersani e di tutta la classe dirigente che l’ha sostenuto (compreso il mio fratellino Beppe Fioroni), cos’altro dovrebbe essere?

Una waterloo che segna la fine di un sogno, nato nel del 2007 con Walter Veltroni e svanito quasi subito. Quando s’è capito che quella fusione tra Ds e Margherita, che avrebbe dovuto portare alla nascita di un vero partito riformista, era venuta male. Anzi, malissimo. Perché col tempo è stato chiaro che lo scopo principale del nuovo partito era quello della sopravvivenza della casta. A dispetto di tutto. Di una crisi che morde sempre di più, di un Paese che sta velocemente cambiando, di nuovi schemi che si affacciano all’orizzonte, di uno spettacolo indecente offerto dalla politica in questi ultimi anni, un po’ a tutti i livelli.

Eppure. Eppure i segnali c’erano. E chi stava nella stanza dei bottoni avrebbe avuto il dovere di carpirli, recepirli e agire di conseguenza. Invece si è preferito intignare. Fino alla nausea. Con le primarie teleguidate, che hanno consacrato Bersani candidato premier nonostante la novità – capace di raccogliere il vasto voto d’opinione che si stava delineando – il Pd ce l’avesse in casa. Con il mancato passo indietro di Bersani il giorno dopo lo spoglio a fine febbraio, quando le urne avevano decretato il fallimento di quel progetto e si poteva tentare – con altri personaggi, è ovvio – di formare un Governo che facesse quelle tre o quattro cose indispensabili per l’Italia prima di tornare al voto con un altro candidato a premier. Con la demonizzazione – quasi fosse il primo e più pericoloso nemico da abbattere – del sindaco di Firenze, che ha provato a portare quel vento di novità che tanta gente chiedeva a gran voce. Infine, con la candidatura di Franco Marini alla presidenza della Repubblica, frutto dell’inciucio col Pdl di Berlusconi, che evidentemente avrebbe garantito al Pd un governo di lunga durata (e quindi il potere) in cambio di chissà cosa.

Addio, caro Pd. O almeno, addio a questo Pd. Che ha dimostrato ancora una volta di pensare soprattutto a se stesso. Non so quali conseguenze avrà in futuro l’improvvida e opportunistica decisione sul Quirinale. Ma il quadro è già abbastanza chiaro: il Pd non c’è più. Bersani purtroppo è riuscito nell’impresa di distruggere un sogno, nel quale un terzo dell’Italia aveva creduto. E forse non è un caso che il miglior risultato il partito l’abbia ottenuto nel 2008, quando Berlusconi stravinse (ma si votava subito dopo il crollo dell’ammucchiata da Mastella a Bertinotti del 2006) ma il Pd di Veltroni superò il 33 per cento dei voti. Quello poteva e doveva essere l’inizio di un nuovo percorso. Nel quale, ad esempio, ascoltare e fare proprie alcune proposte di Beppe Grillo; evitare di farsi “uccellare” come dei polli da Berlusconi sul governo Monti; proporre agli elettori novità vere, sia nei programmi che negli uomini. E invece? E invece ha vinto la casta. Ha vinto l’apparato. Anche a Viterbo, dove la scelta di alcuni deputati grida vendetta nei confronti del buon senso (e qui eviteremo di fare nomi in appello alla legge sulla privacy).

E adesso che succederà? A quali altre contorsioni saremo costretti ad assistere? Dopo la figura barbina di ieri Pierluigi Bersani avrebbe una sola strada dignitosa da percorrere: cedere il passo ad altri per fare in modo che il Pd cominci un percorso diverso. Ma, state tranquilli: non lo farà. E, insieme alla casta, troverà ancora il modo per rimanere a galla a dispetto dei Santi. E di un Paese che ha fame.

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21   Commenti

  1. Giorgio Molino scrive:

    Caro Sassi, non sia così precipitoso nelle sue analisi, attenda almeno i brillanti e originali ragionamenti di Peppe Bucia Fioroni.

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