22112017Headline:

La democrazia torni a essere partecipata

Alcide De GasperiÈ possibile misurare la maturità democratica di un popolo dai rappresentati che questo elegge: uomini rappresentativi, appunto, capaci di comprendere le esigenze dei cittadini e di condurre il paese verso uno sviluppo unitario e solidale. La storia italiana non manca di grandi esempi di democrazia matura, basti pensare al secondo dopoguerra quando il Paese, finalmente uscito dal fascismo, si vide rappresentato da uomini politici della levatura di Alcide De Gasperi. Il primo Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica italiana ebbe il coraggio di proporre un “centrismo politico” in una società che affondava le proprie radici nei concetti di classi e tradizioni, evitando che la guida del Paese degenerasse nel conservatorismo del liberalcapitalismo o nel totalitarismo marxista-leninista.

La proposta degasperiana, definibile “centrismo popolare”, portò alla realizzazione di uno stato sociale, attivando una politica interclassista grazie alla quale le classi sociali meno abbienti aumentarono il proprio standard di vita. Oggi un nuovo centrismo deve necessariamente muovere dalle trasformazioni sociali che hanno profondamente mutato la nostra società, partendo proprio dai cambiamenti intervenuti sul rapporto tra il capitale e il lavoro a vantaggio di un nuovo quadrilatero formato da capitale, lavoro, conoscenza e informazione.

La società dei consumi nata a seguito dei cambiamenti politici e socioeconomici ha comportato la nascita di una nuova figura assolutamente estranea alle logiche tradizionali delle classi: l’occupato-consumatore. Dal lavoratore si è dunque passati al concetto più ampio e sfaccettato dell’occupato che comprende in sé tutte le larghe fasce di percettori di reddito. La nozione di reddito a sua volta si è arricchita, andando a contenere quel consumo dei beni, aumentati esponenzialmente di numero e quantità, cui è destinato.

La cosiddetta seconda repubblica ha dovuto fronteggiare, non senza problemi, il turbinio di cambiamenti sociali e il suo limite va ricercato nell’ipotetico bipolarismo, proteso alla ricerca continua di neocentrismo, in una società globalizzata non più classista in un contesto di politica monetarista. Questa scelta ha comportato politiche di carattere tecnocratico che, sempre più distanti dall’indirizzo degasperiano, avevano perso del tutto il sapore popolare. Tali politiche hanno rallentato il processo di sviluppo delle categorie emergenti che, allora come oggi, chiedevano il riconoscimento di un nuovo status socio-economico.

I ceti emergenti costituiscono il nuovo mondo del lavoro e, proprio perché nati dalla disgregazione delle precedenti classi sociali, devono partecipare effettivamente all’organizzazione economica, sociale e politica del Paese, così come detta la nostra carta costituzionale all’articolo tre. Alla luce di quanto detto appare evidente come la prossima tornata elettorale debba far emergere una soluzione alternativa al modello keynesiano tipico dei governi di centro sinistra e al modello monetaristico tipico del centro destra.

Come Confartigianato noi proponiamo il modello della società partecipativa, che concepisce la partecipazione come valida alternativa all’attuale sistema dei rapporti contrattuali che non fa altro che espellere lavoratori e dal sistema produttivo, parcheggiando milioni di giovani o, peggio, ingabbiandoli nel circolo vizioso dei rapporti di lavoro mal retribuiti e senza sbocchi professionali. Le realtà che potrebbero e dovrebbero essere il fulcro per il ricambio dell’economia familiare italiana, come le giovani imprese, vengono depauperate, svilite e rese improduttive

Le trasformazioni che negli ultimi decenni sono intervenute sulla nostra società hanno modificato il concetto di appartenenza alla classe o alla categoria e, di conseguenza, le organizzazioni della rappresentatività politica, economica, sociale e sindacale appaiono all’iscritto e al militante non più capaci di rappresentare il proprio status sociale. La prima reazione a questa mancanza si manifesta nell’isolamento, nella ricerca di soluzione del privato o all’interno di gruppi ristretti.

Il calo di rappresentatività è da imputare in parte al cambiamento sociale e in parte al crescente numero di esponenti delle organizzazioni che hanno privilegiato l’interesse personale a quello della categoria che rappresentano. Questo fenomeno si è accentuato con l’attuale legge elettorale a causa della quale la rappresentanza viene stabilita attraverso nomine concertate a tavolino.

Questo spossamento etico delle finalità generali da parte dei rappresentanti delle organizzazioni ha impoverito e confuso il confronto generale, favorendo così la conseguente perdita di consenso. La sfiducia nelle istituzioni e la rottura del patto sociale preesistente sono state incrementate dall’incapacità di fare proposte politiche di interesse generale a vantaggio di provvedimenti settoriali e di interessi particolari.

Le attuali associazioni di categoria, con la loro partecipazione sul piano etico, politico, elettivo, economico e sussidiario, sono le realtà più vicine a quella democrazia matura e rappresentativa all’interno del nostro sistema, dimostrandosi sempre più vicine al concetto di rappresentanza che muove dal basso, con attenzioni per il sociale, come la famiglia, e per il mondo economico tramite il Confidi, i sistemi finanziari e il rapporto con le banche.

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