21112017Headline:

L’Università della Tuscia finisce su “Nature”

Il celacanto

Il celacanto

Un team internazionale di ricercatori ha decodificato il genoma di una creatura le cui origine origini e storia sono tanto enigmatiche quanto illuminanti: il celacanto. Si tratta di un pesce di profondità, di 150 cm di lunghezza e con pinne carnose simili a zampe, che si pensava fosse estinto finché non ne fu scoperto un esemplare in Africa del sud nel 1938. Da allora il celacanto è stato classificato come un “fossile vivente”, termine coniato dallo stesso Darwin, per evidenziare il fatto  che lo scheletro di questa creatura non ha subito alcun cambiamento nel corso di 300 milioni di anni. L’importanza biologica del celacanto deriva dal fatto che è stato sinora considerato dai biologi come l’anello di congiunzione fra la vita acquatica (pesci) e i vertebrati terresti.

I risultati di questo lavoro studio sono stati pubblicati dalla prestigiosa rivista Nature, che gli ha anche dedicato la copertina, ed alla cui difficile e tecnicamente complessa realizzazione hanno partecipato un gruppo di ricercatori italiani appartenenti all’università della Tuscia (responsabile il prof. Giuseppe Scapigliati, dipartimento Dibaf), all’università Politecnica delle Marche (responsabili prof. Ettore Olmo e prof. Adriana Canapa, dipartimento di scienze della vita e dell’ambiente), e all’università di Trieste (responsabile il prof. Alberto Pallavicini, dipartimento di scienze della vita). Il team internazionale, capeggiato da ricercatori del Mit di Boston (Broad Institute, Jessica Alfoldi e Kerstin Lindblad-Toh) e dell’università di Washington a Seattle (Prof. Chris Amemiya), è composto da 40 gruppi di ricerca originari di 12 nazioni da tutti i continenti.

La decifrazione del genoma del celacanto (costituito come quello umano da 3 miliardi di basi) ha reso possibile annotare un numero di geni sufficientemente elevato da confermare per la prima volta in modo quantitativo e con relativa certezza l’importante osservazione che in questo animale l’evoluzione è stata fortemente rallentata. Questo è il risultato principale del lavoro, che ha chiarito precedenti ipotesi di molti studiosi sulla “posizione” del celacanto, a cavallo fra i pesci e gli anfibi. Un altro aspetto molto importante della ricerca è che il celacanto è stato considerato sin dalla sua scoperta come un anello di congiunzione tra gli animali acquatici e quelli che 400 milioni di anni fa hanno conquistato l’ambiente terrestre, diventando poi i nostri progenitori. In effetti, dallo studio è emerso che la discendenza dei vertebrati terrestri è da attribuirsi piuttosto ad un altro gruppo di pesci chiamati dipnoi, che, proprio come il celacanto, hanno pinne carnose somiglianti agli arti dei vertebrati terrestri.

Altre informazioni importanti che sono derivate dalla ricerca riguardano quali siano stati i processi fisiologici che sono stati modificati dalla selezione naturale e che hanno permesso gli adattamenti nella transizione dalla vita acquatica a quella terrestre, in particolare l’escrezione di sostanze azotate, le difese immunitarie, e la percezione degli odori.

Nel suo insieme, il brillante esito di questo studio permette di riscrivere il capitolo della biologia sulla evoluzione dei vertebrati, e ancora una volta dimostra come la cooperazione scientifica internazionale consenta lo sviluppo di grandi progetti difficilmente abbordabili da singoli gruppi di ricerca, ma che sono in grado di produrre risultati la cui importanza spesso supera le aspettative iniziali.

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