24112017Headline:

Pd, adesso ognuno per la sua strada

Pierluigi Bersani

Pierluigi Bersani

La domanda adesso è: ma questo Pd avrà la forza di rialzarsi? Avrà il coraggio di fare chiarezza al suo interno e indicare agli italiani, o almeno a quella parte di italiani che lo hanno votato e che oggi non sanno più a quale santo rivolgersi,  una strada da percorrere? Saprà riconquistare una fiducia che in questo momento, dopo tutto ciò che è accaduto, è ai minimi termini?

Nel marasma di commenti che in questi giorni si accavallano su carta stampata e televisione, consentitemi di offrire un pensiero ottimistico: detto che il Pd ha perso tutto, compreso l’onore, forse è un bene che sia avvenuto lo tzunami. A patto che tutta la classe dirigente ne prende atto e si comporti di conseguenza, nel modo che riterrà più opportuno.

Non è un segreto per nessuno infatti che la malattia esplosa tra giovedì e venerdì scorsi viene da lontano: da quando Walter Veltroni, che aveva preso in mano il Pd della prima ora, fu costretto a dimettersi, ucciso (politicamente, s’intende) come Giulio Cesare dai suoi Bruto e Cassio. In quel momento finì il sogno riformista, la casta dell’apparato riprese il sopravvento e la fusione fredda tra Ds e Margherita si rivelò un equivoco costante e cronico. Si è andati avanti alla meno peggio per ben cinque anni aiutati da un solo fatto: quello di stare all’opposizione. E a fare da collante ha contribuito ancora una volta quell’anti-berlusconismo che ha caratterizzato il partito negli ultimi venti.

Ma appena s’è trattato di passare dall’altra parte, ossia di dimostrare di essere forza di governo, è scoppiata la bomba atomica. E, state tranquilli: non è finita. Giacché adesso Napolitano pretenderà il Governo di larghe intese col Pdl e, purtroppo, ne vedremo ancora delle belle.

Chi ci ha rimesso le penne in tutto e per tutto (anche grazie alla sua testardaggine) è stato quel brav’uomo di Pierluigi Bersani, un ottimo ministro (lo fu, con buoni risultati, dal 2006 al 2008), ma un pessimo leader. Prima ha tentato di fare il governo coi “grillini” ma è stato da questi ridicolizzato; poi ha tentato la conversione a “U”, proponendo Franco Marini alla presidenza della Repubblica; infine, un nuovo testacoda con la candidatura di Romano Prodi. E qui ha trovato l’albero contro il quale si è inevitabilmente schiantato. Portando però alla luce un fatto incontrovertibile: che non c’è un solo Pd. Ce ne sono due, o forse addirittura tre. E le divisioni sono ormai insanabili. Niente a che vedere con le correnti della vecchia Dc, che nei momenti topici sapeva però ricompattarsi.

E allora, a questo punto l’unica cosa seria è che ognuno vada per la sua strada. Che si ricominci da zero, ma possibilmente in maniera pragmatica. Chi continua a guardare a sinistra lo faccia tranquillamente, magari sposandosi con Vendola e i suoi fratelli; gli altri provino a costruire davvero quel partito riformista che non c’è mai stato, o che c’è stato solo per un breve periodo e diano inizio a una stagione tutta nuova con uomini nuovi, non tanto nell’età quanto nelle idee. E’ l’unico modo per ridare una speranza a un popolo che oggi si sente orfano e che è costretto ad assistere passivamente all’ennesimo trionfo berlusconiano e agli show demagogici di Beppe Grillo.

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19   Commenti

  1. Paolo Capotosti scrive:

    Credo l’unica possibilità sia la creazione di quel partito riformista, liberale e democratico che esiste in tanti stati d’Europa, che c’è negli USA e che ancora manca in Italia.

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