15122017Headline:

Andreotti, la Tuscia è piena di suoi ricordi

Andreotti con (da sinistra) Della Porta, Evangelisti, Jozzelli e Trappolini

Andreotti con (da sinistra) Della Porta, Evangelisti, Jozzelli e Trappolini

Giulio Andreotti ovvero la lunga fedeltà alla Tuscia viterbese. Una  terra che, era il granaio di voti, di preferenze per sé e per i suoi uomini, di postazioni di potere grazie al controllo delle “casematte” della società istituzionale, civile, economica etc.

E’ morto il Divo Giulio, sette volte presidente del Consiglio, e nel viterbese è caccia di ricordi, aneddoti da parte dei più anziani democristiani che lo veneravano come una divinità, di fotografie ingiallite dal tempo che documentano meglio delle parole la sua presenza (per oltre un quarantennio, dal primo dopoguerra fino agli anni Novanta dell’altro secolo) in ogni angolo del Viterbese.

Giulio Andreotti

La posa della prima pietra per l’ospedale di Belcolle

Per le pose di prime pietre; inaugurazioni di opere pubbliche; tagli di nastri;  concioni ai congressi di partito locali. Sempre attorniato (meglio, abbracciato) da nugoli di fan, simpatizzanti, iscritti, dirigenti di primo, secondo piano, terzo piano della Balera Bianca.

La fortuna della corrente andreottiana fu costruita con acume politico e lungimiranza fin dalla metà degli anni Cinquanta da Attilio Jozzelli, che guidò il partito per un ventennio; più volte deputato (nel 1972 fu rieletto con 100 mila voti di preferenza nella circoscrizione laziale) e sottosegretario al Mezzogiorno, alla Difesa, Agricoltura, Industria; quindi presidente della Cassa di risparmio fino alla vigilia della scomparsa (1995).

Con Licinio Marcoaldi e Alessio Paternesi

Con Licinio Marcoaldi e Alessio Paternesi

Dopo Jozzelli le insegne di proconsole andreottiano in terra di Tuscia furono appannaggio di Rodolfo Nando Gigli, un cursus honorum istituzionale di primo conio (sindaco del capoluogo dal 1970 al 75; quindi più volte assessore alla Regione, di cui è stato presidente dal 1990 al 1992, deputato) abbinato alla grande capacità di controllare scientificamente, sia il partito che l’insieme delle postazioni del potere, a cominciare dalla poltrona più alta di palazzo dei Priori con sindaci di pura marca andreottiana come, per rimanere all’ultimo quarantennio, Santino Clementi, Silvio Ascenzi, Pio Marcoccia, Peppe/Beppe Fioroni, fatta salva la parentesi, durata peraltro otto anni, dal 1975 al 1983, di un non-andreottiano come Rosato Rosati, leder della corrente che faceva capo ad Amintore Fanfani.

Abbiamo citato Santino Clementi, già presidente della Fondazione Carivit e della Carivit spa, di cui è oggi è il vicepresidente. Di lui si può dire, nonostante tanta acqua sia passata sotto i ponti, che sia rimasto l’ultimo andreottiano a tutto tondo. Non foss’altro perché era l’unico che si poteva permettere di andare a trovare il presidente nel suo studio romano di piazza San Lorenzo in Lucina senza annunci preventivi.

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22   Commenti

  1. Giorgio Molino scrive:

    Gli “amici” di Giulio, ahinoi, sono ancora tutti lì a fare danni, da Franco Marini a Peppe Bucia Fioroni. Speriamo di non sorbirceli così a lungo come purtroppo abbiamo fatto con il non più longevo Andreotti.

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