22112017Headline:

Discussione aperta sulla “dolce morte”

eutanasiaTutto il discorso si può dire che inizi con Socrate e con la sua decisione di sottomettersi volontariamente all’intossicazione, ovvero di non fuggire alla condanna inflittagli dagli ateniesi per avvelenamento con la cicuta. Ai suoi tempi alcuni dei discepoli stretti gli consigliarono di non accettare la sentenza e di salvare la pelle scappando da Atene, ma il filosofo imperterrito suggerì: “Prima o poi la morte arriva comunque. Ora, se io fuggissi per amore della vita, negherei il valore della democrazia e del verdetto popolare liberamente espresso. Inoltre non conoscendo ciò che mi attende nel “post mortem”, la curiosità innata del ricercatore che è in me mi spinge a non scantonare da questa esperienza, che viene spontaneamente. Se dopo la morte non vi è più nulla, potrò godermi un meritato riposo. Se invece vi è ancora coscienza ed esistenza, allora potrò finalmente corrispondere con spiriti nobili ed elevati ed avere un’interessante condivisione sul significato dell’Essere. In entrambi i casi perché preoccuparsi?”. Con queste parole serene Socrate bevette l’infuso mortale e se ne morì, descrivendo dettagliatamente le sue esperienze fisiche e psichiche in ogni momento del processo di dipartita.

Dal punto di vista etico l’eutanasia volontaria ha una sua dignità morale, non solo nella cultura occidentale, ma anche in oriente, ove è accettato il suicidio onorevole: vedi il caso dell’auto sbudellamento (harakiri) in Giappone, o l’ascesa sulla pira degli asceti ancor vivi in India (ed a questo proposito ricordo la storia del guru prelevato da Alessandro Magno nella piana gangetica che si immolò sul fuoco ardente poco prima della morte di Alessandro stesso). Anche in Cina e nella cultura indioamericana la “morte sacrificale” viene accettata come un fatto normale. Addirittura nella storia mesoamericana si narra che la creazione del mondo avvenne proprio in seguito al “sacrificio” di due importanti Dei (uno brutto e uno bello) che si gettarono nel fuoco primordiale e da ciò fecero nascere la vita sulla terra.

Allo stesso tempo, sempre da epoche immemorabili, viene posto l’accento sulla gravità del suicidio come atto di regressione karmica. Ad esempio nella tradizione cristiana ai suicidi è comminato un girone infernale pessimo e persino in India e in Tibet ai suicidi vengono riservate numerose reincarnazioni espiative (come ciechi o malati gravi).  Ma in questo caso si parla di atti di suicidio in cui si vuole fuggire dal proprio dovere karmico: non si ha il coraggio cioè  di affrontare le prove che la vita ci manda. E quindi queste prove devono essere riportate davanti all’anima. Insomma, c’è sempre il dubbio che  la morte auto indotta sia una specie di fuga o noncuranza  verso la vita, come nel caso di morte causata da eccessi e vizi. In tal senso persino la persecuzione terapeutica – che tiene in vita il malato a tutti i costi-  potrebbe esser vista come una forma karmica espiativa.

Mentre, dal punto di vista del giuramento di Ippocrate,  la cosiddetta donazione degli organi non è altro che un omicidio legalizzato. Infatti molti anestesisti si rifiutano di certificare la morte cerebrale di infortunati (soprattutto giovani), ai quali vengono poi espiantati organi sani, poiché  tali asportazioni possono avvenire solo su un organismo  vivo  (il cuore della vittima  ancora batte), mentre l’esame delle onde pensiero segnalanti l’attività cerebrale indica una linea piatta. Il che non significa però che tale morte cerebrale sia reale decesso. Infatti la stessa condizione si manifesta ad esempio in uno stato di assorbimento profondo, come il samadhi dello yogi, ma già sappiamo che dal samadhi si può tranquillamente uscire e riprendere le funzioni vitali. Dal che se ne deduce che materialmente la donazione degli organi avviene uccidendo il donatore. Queste ipocrisie e falsità mediche sono poi pareggiate, dal punto di vista moralistico, nel mantenimento in vita di un corpo malato irrimediabilmente che viene mantenuto artificialmente vivo, come tanti casi eclatanti descritti dalla cronaca.

Lasciando da parte la morale, resta comunque aperto il discorso della legalità e del diritto umano. In Italia come nel resto del mondo il legislatore decide (in teoria) su base razionale. E quindi la normativa è ancora aperta, sia pur confusa.

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