22102017Headline:

Quando l’emergenza è l’informazione

giornaliTra le emergenze che caratterizzano l’Italia, quella riguardante l’informazione è con tutta probabilità tra le più urgenti. La nostra società viene ancora definita “società dell’informazione” in ragione del ruolo fondamentale rivestito dal settore nella rielaborazione e circolazione del costume sociale, nella produzione e diffusione di modelli comportamentali e di stili di vita propri della cultura prevalente.

L’elevato dinamismo che caratterizza la società contemporanea colloca l’informazione in posizione centrale, attribuendole il ruolo di risorsa strategica che canalizza l’efficienza dei sistemi, diventando fattore di sviluppo sociale ed economico, di crescita e di ricchezza culturale.

Il rovescio della medaglia è facilmente rintracciabile in quella concezione dei media, alla quale ormai ci siamo arresi, che vede tali strumenti, universali e pervasivi, trasformati in canali di costruzione dell’opinione pubblica per quanto concerne la diffusione dei gusti, delle propensioni e degli orientamenti sociologici più diffusi in base a precisi interessi economici e politici. Il tutto attraverso quelle “trasmissioni contenitore” di orwelliana memoria nelle quali fanno da padrone il gossip, i comportamenti poco educati e irrispettosi del telespettatore e che danno libero sfogo agli istinti antisociali dei partecipanti.

Ci sono poi i programmi di attualità politica o socio-economica per i quali è necessaria una riflessione a parte. La progressiva disarticolazione e marginalizzazione della politica che, in maniera particolare negli ultimi anni, ha investito il Paese con la perdita di consenso dei partiti maggiori e la crescente mobilità dell’elettorato, finora ha trovato risposta principalmente nell’uso politico pervasivo delle moderne tecnologie comunicative. In primo luogo si è assistito al ricorso sempre più esasperato ai mezzi di comunicazione di massa – la televisione è il medium più rappresentativo di tale fenomeno – per costruire e rafforzare rapporti politici di tipo plebiscitario, mediante una identificazione diretta, acritica ed emotiva, con i leaders politici, veri e propri esperti della comunicazione. Non solo, per fronteggiare il diffuso disagio causato dalla disaffezione e dal rifiuto della politica, ci si trova dinnanzi ad un utilizzo sempre più sofisticato delle tecnologie dell’informazione che mira a definire mediante feedback continui e diretti con l’elettorato le politiche più convenienti a mantenere il consenso.

Effetto prevedibile di queste “politiche comunicative”, il più delle volte condotte in maniera scellerata, è l’ulteriore atomizzazione del rapporto politico, a causa del quale l’elettore si riconosce non più in una comunità, frutto della costruzione processuale e comunicativa di obiettivi condivisi, ma nelle immagini sfarzose ed emotive della politica-spettacolo.

In questo modo la società politica arriva a disarticolarsi ulteriormente: in uno scenario di crisi della democrazia, dilaga la tendenza a utilizzare le nuove tecnologie relazionali con lo scopo di costruire una più efficace partecipazione diretta, seppur atomistica, dei singoli alle decisioni politiche. Ecco dunque che il rimedio finisce con l’aggravare il male.

I programmi di attualità politica sono confezionati con “attori” e percorsi ben definiti che orientano il dibattito in direzione della difesa degli interessi di chi finanzia la rete. I conduttori di tali programmi non prediligono l’informazione, puntando piuttosto a farsi registi nel tentativo di indottrinamento tipico degli stati a democrazia formale. In Italia, poi, è possibile notare un’anomalia tutta nostrana data dalla presenza di un duopolio occupato da esponenti designati dai partiti, che hanno il compito non solo di difendere la propria parte politica, ma devono anche garantire la continuità del sistema in modo che l’informazione possa essere “addomesticata” senza subire accuse di censura.

Questo strapotere comunicativo ha però subito una energica inversione, vendendosi in forte diminuzione a vantaggio delle rete internet, che consente la circolazione in tempo reale di immagini e notizie, sottraendole alla valutazione sull’opportunità o meno di renderle pubbliche.

La vera emergenza dell’informazione è rappresentata oggi dalla pretesa di far circolare il messaggio, non in funzione della ricerca della verità, ma come strumento per affermare il pensiero unico dominante della parte a cui appartiene la rete. Questa condotta è tanto più sconsiderata se ci si ferma ad analizzare l’attuale frammentazione che caratterizza i sostrato sociopolitico.

Da più parti si assiste all’impulso di chi vede il rimedio nel ricorso a forme di democrazia diretta che verrebbero rese possibili da un uso della rete a fini politici. Questa idea sconta però una concezione fin troppo semplificata della politica e dell’uso che fa delle informazioni. Appare evidente come il ricorso a una politica referendaria e atomistica non faccia che incancrenire l’isolamento dell’elettorato, drammaticamente distante dall’essenza della politica, che trova la sua ragione d’essere nella continua definizione di significato e rilevanza delle informazioni che entrano nel processo decisionale a partire da una interpretazione dell’ambiente il più possibile condivisa.

In una prospettiva in cui i professionisti della comunicazione smettono il loro ruolo di interpreti di istanze e decodificatori di opinioni, ecco che acquistano valore aggiunto le realtà associative, come la nostra. Le associazioni hanno per loro stessa esigenza una visione oggettiva e non soggettiva della realtà circostante, un punto di vista più edificante e mirato a quelle che sono le tematiche concrete che riguardano le categorie rappresentate.

Soprattutto negli ultimi tempi le associazioni, Confartigianato nello specifico, sono entrate prepotentemente nella vita pubblica della società, intervenendo a più riprese e con lucida costanza su tematiche quali il sociale, il lavoro, il sostegno all’economia, i giovani e le categorie più deboli. Tematiche queste che interessano realmente la totalità dei cittadini, a dimostrazione che il ruolo interpretativo del reale svolto dalle associazioni può essere un modo per rispondere alla grave emergenza dell’informazione. Senza scorciatoie, la nostra è un’attività eminentemente sociale, che richiede il confronto e la condivisione degli obiettivi e non la mera sommatoria o contrapposizione di interessi definiti in solitudine. È proprio a questo genere di condotte che il paese, intesso nella sua dirigenza politica, dovrebbe ispirarsi per uscire dall’empasse comunicativo nel quale è caduto.

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