11122017Headline:

Un’affluenza da minimo storico

comune

Un viterbese su due non è andato a votare. I numeri parlano. E parlano chiaro. Inequivocabili. Come dimostra la tabella sovrastante. I numeri parlano e dicono che il disinteresse dei viterbesi per la cosa pubblica cresce a dismisura e che il partito dell’astensione (ovvero del chissenefrega, tanto sono tutti uguali) ormai ha preso il sopravvento e sarà difficile, anche in futuro, da sradicare.

Il voto di Giulio Marini...

Il voto di Giulio Marini…

Le percentuali sono da brivido: l’affluenza finale è stata del 50,79 per cento, con un calo del 16,58 per cento rispetto al primo turno (67,37%) e del 35,07 rispetto al ballottaggio del 2008 (85,86%). Una tendenza anticipata dai numeri della giornata di ieri, quando alle 22 aveva votato il 33,65 per cento degli aventi diritto, contro il 45,80 per cento del primo turno e addirittura il 66,52 del ballottaggio di cinque anni fa. E anche i due rilevamenti precedenti avevano confermato il fenomeno. Quello di mezzogiorno aveva fatto registrare l’8,49 per cento (11,13 al primo turno e 16,63 cinque anni fa) e quello delle 19 il 24,93 per cento (35,93 al primo turno e addirittura 51,92 al ballottaggio del 2008). Insomma, Viterbo ha battuto ogni record negativo: sull’affluenza è al minimo storico.

Non è un bel segnale, giacché la cosa pubblica dovrebbe interessare l’intera comunità. Ma certo va detto che la politica – anche quella locale – ci ha messo molto del suo per costringere la gente ad arrivare fino a questo punto. Anche in una città come Viterbo, dove le percentuali dei votanti (di qualsiasi elezione si trattasse) non sono mai andate sotto l’80 per cento. Ma i tempi cambiano e almeno questo cambiamento il capoluogo della Tuscia l’ha realizzato.

...e quello di Leonardo Michelini

…e quello di Leonardo Michelini

Intanto c’è da dire che molti, o quasi tutti, quelli che avevano disertato i seggi al primo turno (e sono stati oltre il 32 per cento) non hanno cambiato idea neppure al secondo, preferendo andare al mare (o da qualsiasi altra parte), pur non essendo stata una domenica delle migliori dal punto di vista meteorologico. Poi c’è il discorso di quei candidati – con rispettive liste – rimasti fuori dal ballottaggio. E’ da ritenere che apparentamenti e alleanze abbiano lasciato molti elettori indifferenti. Grillini a parte (che avevano lasciato liberi di decidere i propri elettori), forse neanche gli altri sono riusciti a motivare più di tanto la propria base per votare un candidato diverso da quello del primo turno.

Infine, c’è da fare il discorso sui due candidati rimasti in lizza e suoi loro eserciti. Il primo, con Leonardo Michelini al comando, motivatissimo perché dopo 18 anni tondi tondi potrebbe conquistare per la prima volta palazzo dei Priori; il secondo, leader Giulio Marini, più abbacchiato e soprattutto dilaniato da anni di polemiche e guerre interne.

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