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Un archivio documentale sulla storia del Pci

Enrico Berlinguer

Enrico Berlinguer

Settecento faldoni di documentazione cartacea. Dieci falconi di materiale fotografico. Dieci pizze filmiche compresi video tape e una scatola di cassette magnetiche. Sono i  numeri notevoli dell’archivio della federazione provinciale del Partito comunista italiano (Pci), depositato presso l’Archivio di Stato e in corso di riordino e catalogazione grazie a un progetto della Fondazione Gualtiero Sarti, in collaborazione con il Cssem (Centro studi sull’Europa mediterranea) dell’Università della Tuscia.

“La ricchezza di materiali, il cui inventario sta approntando Gilda Nicolai, insieme all’indagine sulle altre possibili fonti, più tradizionali (la stampa) e più innovative (iconografiche, audio-visive etc,) sembrano garantire un percorso di ricerca, promosso da Sante Cruciani, che potrà dimostrarsi originale e prodigo di suggestioni molteplici per lo sviluppo di una effettiva storia politica nel corso dell’Italia repubblicana”.

Così Maurizio Ridolfi, docente di Storia contemporanea dell’Università, nella prefazione del volume “Tricolore e Bandiera Rossa. Almanacco fotografico sul Pci e la Federazione di Viterbo nell’Italia repubblicana” (Edizioni della fondazione Gualtiero Sarti, pp. 44) curato da Sante Cruciani, che impagina, attraverso tante immagini fotografiche, momenti topici della vita e dell’attività dei comunisti viterbesi  tra gli anni Cinquanta e gli anni Novanta dell’altro secolo.

“La nostra Federazione – rilevano nella presentazione Oreste Massolo ed Ermanno Barbieri e nome della Fondazione – era certamente una piccola organizzazione, ma la sua vita è stata segnata da tappe significative: le lotte contro il latifondo, contro la mezzadria, per lo sviluppo economico dell’Alto Lazio, l’impegno dell’Ente Maremma che trasformò i contadini in imprenditori agricoli”, fino alla battaglia, alla fine degli anni Settanta, per l’istituzione dell’Università di Stato.

L’almanacco srotola le immagini del gotha del partito viterbese: da Enrico Minio (ceramista di Civita Castellana, 17 anni trascorsi nelle carceri fasciste, quindi primo sindaco di Civita Castellana nell’Italia liberata e senatore); Leto Morvidi, avvocato e giurista, presidente della Provincia negli anni Cinquanta, più volte parlamentare; Angelo La Bella, presidente dell’Alleanza dei contadini, per oltre mezzo secolo sindaco di Civitella d’Agliano, deputato; Luigi “Giggetto” Petroselli, segretario della federazione negli anni Sessanta e quindi primo cittadino a Roma, tra il 1979 e l’81, anno della prematura scomparsa, “il sindaco più amato” della Capitale; Gualtiero Sarti, bracciante, e poi via via capo del partito, consigliere e assessore regionale all’agricoltura.

Se è più che lodevole l’impegno della Fondazione nella sistemazione dell’archivio, necessaria base per successive ricerche e studi sul ruolo del Pci sulla storia del viterbese dalla Liberazione agli anni Novanta, sia permesso rilevare che il confezionamento dell’Almanacco, dal punto di vista formale,  non è impeccabile.

Le didascalie della foto, ad esempio, non sono composte ad arte. La datazione è citata a spanne (anni Sessanta, Settanta, etc.), mentre opere di questo tipo, proprio per le loro finalità storiografiche,  presuppongono una precisione per così dire notarile.

Anche per quanto riguarda l’indicazione dei personaggi che compaiono nelle tante inquadrature, le espressioni del tipo “si riconoscono nella foto Tizio e Caio” oppure “sono riconoscibili x e y” sono facilmente intelligibili per i militanti di quegli anni per aver conosciuto questo o quel personaggio, ma poco o punto soddisfano l’interesse e la curiosità di chi è nato ad inizio di Millennio e si accosta al volume per meglio conoscere “uno spaccato del Pci – come annotano Massolo e Barbieri – con la sua gente, i suoi dirigenti, le sue iniziative in anni di passione politica e di impegno civile nello sforzo di costruire un’Italia migliore”.

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