25112017Headline:

Santucci, un golden boy con poco coraggio

Giammaria Santucci

Giammaria Santucci

Lo chiamavano il golden boy della politica viterbese. Un po’ per la sua giovane età, ma soprattutto per il suo attivismo politico e per il suo pragmatismo nell’affrontare i problemi. Quando diventò assessore provinciale alla Cultura, con la giunta di Giulio Marini dal 2000 al 2005, in breve tempo seppe distinguersi da molti suoi colleghi e conquistarsi le simpatie della gente. Anche di quella che votava a sinistra, perché scevro da ideologie preconcette e disponibile al dialogo e al confronto.

Sì, Giammaria Santucci, nato a vissuto a pane e Democrazia Cristiana, pur essendo approdato nel partito di Berlusconi – che all’epoca si chiamava ancora Forza Italia – in quegli anni mise in campo tutta la sua democristianità che, unita alla voglia di far bene, lo consacrò come l’astro nascente di una politica che comunque stentava – al di là dei soliti e arcinoti big, già stagionati – a proporre uomini e idee nuove.

Era facile prevedere, per uno che si potrebbe tranquillamente definire una specie di precursore di Matteo Renzi, un futuro scintillante e pieno di soddisfazioni. Per lui, ma anche per i cittadini che, avendolo conosciuto, lo stimavano e addirittura amavano. Tant’è che, avvicinandosi le elezioni provinciali del 2005, furono molti a pronosticare l’ennesima vittoria in carrozza del centrodestra, con lui candidato a presidente, visto che Giulio Marini –  dopo due mandati – stava per imboccare la strada di palazzo Madama. E invece non andò così, perché il plenipotenziario romano di Forza Italia, vale a dire Antonio Tajani, gli preferì Francesco Battistoni. Che perse contro Alessandro Mazzoli.

Un suicidio politico del centrodestra (non fu il primo e non sarà l’ultimo), che lasciò il segno sia nello schieramento, che nel buon Giammaria. Il quale, proprio al primo consiglio provinciale, fece armi e bagagli e transitò nel gruppo misto, per poi approdare – qualche mese dopo – nell’Udc di Pierferdinando Casini (a Roma) e di Nando Gigli (a Viterbo). Non che nel frattempo il ragazzo non avesse tentato di percorrere altre strade, ma – e qui sta il difetto dell’uomo – s’era sempre fermato a metà strada, convinto che quell’eterno temporeggiare da democristiano della prima repubblica alla fine portasse a risultati concreti. Poi, quando s’è accorto – e siamo alla cronaca – che Gigli era sempre Gigli, ha provato a fargli la guerra, ma sempre col solito sistema. Ovvero senza mai uscire del tutto allo scoperto e senza stabilire una precisa strategia in grado di coinvolgere una massa un po’ più corposa dei soliti quattro amici al bar.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Alla fine si è presentato da solo, raccogliendo un po’ meno di duemila voti, avendo perso quella verve e quel fascino che ne avevano fatto un mezzo divo della politica viterbese all’inizio del terzo millennio.

Si può dire che a Santucci è mancato il coraggio. Di proporre quel messaggio di novità e di speranza che oggi il cittadino chiede e che lui forse avrebbe potuto lanciare meglio di altri. Alla fine, ha preferito rifugiarsi nel proprio orticello per continuare a galleggiare nel limbo dell’aurea mediocritas. Ha imboccato il viale del tramonto? E’ presto per dirlo, anche perché la carta d’identità è ancora dalla sua parte. Ma dovrebbe cambiare marcia e mostrare di avere certi attributi. Oggi la politica non è più quella della vecchia Dc (l’ha capito pure Fioroni), ma quella dei messaggi diretti e del porsi di fronte all’elettorato in maniera decisa. Se riuscirà a farlo può ancora recuperare, altrimenti sarà stato solo una fugace meteora.

 

 

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18   Commenti

  1. Giorgio Molino scrive:

    All’ex golden boy ben si attaglia la definizione che Togliatti dava nel 1956 ai fuoriusciti dal PCI. Quale definizione? Non fatemi essere volgare…

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