22102017Headline:

“A Genova, quel giorno c’ero anch’io”

Daniele Camilli

Daniele Camilli

Dodici anni fa il G8. A Genova, nel 2001, c’ero anch’io. A pochi passi dalla laurea in Scienze Politiche all’università La Sapienza di Roma. Il primo della famiglia a superare la licenza elementare, il primo a fare il liceo, il primo a “raggiungere i gradi più alti degli studi”, o cosiddetti tali dalla nostra Carta costituzionale.

Famiglia di braccianti agricoli, semi o del tutto analfabeti. Mia madre al lavoro a 9 anni. Tutt’oggi, “donna delle pulizie” oppure “serva”, come spesso – ironicamente, e manco tanto – si definisce quando deve rimproverare qualcosa. A me e a mio fratello carabiniere. Mio padre, operaio in pensione, che ancora non sa che a Genova, al G8, c’ero anch’io. Con tutto il carico di speranze e radici che hanno accompagnato quei 3 anni incredibili, fioriti quasi all’improvviso. E ancora oggi non se ne può, non se ne deve parlare.

A CARABINIERE POINTS A GUN AS A PROTESTER TRIES TO HURL A FIRE EXTINQUISHER INTO THEIR VEHICLEUn paio di anni fa, David – mio fratello – tentò di tirar fuori l’argomento. A pranzo, quello della domenica. Così, tanto per accendere la polemica e vedere soprattutto la reazione del babbo. Lo lasciai fare. E il babbo ci mise a tacere in meno di un minuto. Capimmo che non era il caso. Capimmo che non voleva sentirselo dire, prenderne atto. Due passaggi che fanno del “sapere” una “presa di coscienza”, dunque verità e presente. Lui che il 20 e 21 luglio del 2001, guardando gli scontri via cavo, disse che “la colpa non era dei manifestanti, ma dei genitori che ce li avevano mandati”. Roba d’un altro mondo, che pur sempre m’appartiene e che capisco. Non lo giustifico, ma intuimmo che non era il caso. Lo sguardo di mio padre, lo stesso che vidi vent’anni prima quando mi alzai di scatto dalla sedia della cucina e gli finii a un palmo dal naso. Mi afferrò per le braccia distese lungo i fianchi, e mi rimise a sedere. Come si fa con le bambole. Neanche me ne accorsi. Dissi solo: “ok ba’, nessun problema”. Afferrando perfettamente il senso di quanto andava ripetendomi da tempo: “Sai quante pagnotte de pane devi magnà prima de roppe ‘l cazzo a me?”. In quel preciso istante capii che le “enne” “pagnotte” da “magnà” erano infinite. Andazzo che capimmo, sia io che mio fratello, anche vent’anni dopo quando David – per l’appunto – tentò di affrontare l’argomento Genova 2001. Tanto fu il trauma di quei giorni, col rischio di vedersi il figlio ammazzato o peggio ancora – peggio dal punto di vista della mia famiglia – sbattuto in qualche galera. Così è. E di familiari morti ammazzati – chi dalla guerra, chi da un’overdose, chi da altro – ne abbiamo avuti. E i loro volti sono tutti nella mia testa.

g8_31999-2001, tre anni che hanno accompagnato me, studente lavoratore come lo erano e lo sono tanti. Tra bar, pub, cantieri e magazzini. Sommando qualche spicciolo alle magre borse di studio dell’Idisu-Adisu. Gli “anni dei movimenti”. Da Seattle alla costa ligure. Dalle componenti d’ogni tipo alla pietra tombale delle Torri Gemelle buttate giù neanche due mesi dopo la pistolettata a Carlo Giuliani a piazza Alimonda. In mezzo, gli interrail in giro per l’Europa, le dormite in sacco a pelo alla Termini o Campo de’ Fiori in attesa che ti assegnassero di nuovo una stanza alla casa dello studente. Meglio dormire per strada che fare – allora – il pendolare. Treno alle 5.16 del mattino, ritorno alle 23.44 della sera. Con l’esame di Storia moderna preparato tra un vagone e l’altro, zona franca di quei treni diesel dove avevi a disposizione un lumino e il capotreno non ti diceva niente. Neanche quando ti beccava a spingere il pedale che azionava il fischio del treno. E non ti diceva niente, un po’ perché erano ancora i ferrovieri degli scioperi dell’“autunno caldo”. Un po’ – soprattutto – perché gli facevi pena, con tutti quei libri, quel trambusto e quelle oscillazioni che a malapena riuscivi a stare seduto e comunque sia, alla fine, saresti sceso dal treno rincoglionito, con i rumori che avrebbero accompagnato tutta la nottata. Quel poco che avevi a disposizione. Perché, in quelle 5 ore che ti separavano dal prossimo treno per Roma, dovevi mangiare, dormire e chiudere il capitolo di Storia che avevi cominciato a leggere sul treno. E tra i repentini innamoramenti di quegli anni, tra “davidino” e “Johnny” – reduci della Pantera e dell’autonomia operaia che si aggiravano ancora per la facoltà di Scienze politiche, base Aula 12 – ci fu pure la riscoperta della politica e del movimento. Riscoperta mia e di tantissimi altri. L’alternativa “possibile”. Il collettivo gioioso. “Proletari in scarpe da ginnastica”.

g8_4Sapevamo già del 20 e 21 luglio. Lo capimmo poco prima a Napoli durante gli scontri di piazza Plebiscito. Lo intuimmo a Roma, al Corso – manifestazione sotto Palazzo Chigi – quando in quattro e quattr’otto ci ritrovammo circondati da Polizia e Carabinieri e avemmo ben chiara la nostra totale vulnerabilità e impotenza. Come quando mio padre mi rimise a sedere, due mani come altrettanti imperativi categorici. Assoluta impotenza dal punto di vista delle strategie e del controllo della piazza.

Ma c’erano state la “presa del Rettorato” a La Sapienza, cosa che non accadeva da anni, gli imponenti cortei tra i viali dell’Ateneo, che non si vedevano dal ’77, e le occupazioni – tutt’altro che stanche, sterili, banali – delle facoltà universitarie. Ricordo inoltre come il corteo fu violentemente spezzato all’altezza di Piazza Kennedy il 21 luglio a Genova. E come la reazione dei manifestanti fu immediata. Le auto in fiamme e le barricate, la caccia all’uomo e le cariche. Due donne che ci raccolsero dalla strada e ci portarono a casa loro…ridotti “a bestia”. E ricordo tant’altro ancora. E so bene che “su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”.

g8_6Tuttavia penso, guardando a quel triennio e a quel fine settimana che lo chiuse, a quel giacchettino dell’Adidas di una tuta blu anni ’80 che acquistai al mercatino di Via Sannio a Roma, a quelle scarpe dell’Asics sfondate, ai capelli che t’arrivavano al culo e a quei jeans pendant con borsetta da “morto de fame”, guardando a quei giorni a Genova, nel 2001, la sensazione che avemmo non fu solo quella della violazione dello stato di diritto, ma di una specie di “governo militare”. Come se quel giorno Genova non fosse più Italia, ma qualcos’altro. Non capimmo più un cazzo. Non ci capimmo proprio un cazzo.

E il paragone che mi viene in mente oggi, a 12 anni di distanza, è tra il corpo di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse il 9 maggio del 1978 dopo un sequestro durato 55 giorni, e quello di Carlo Giuliani. Lì davanti a tutti. Con volto e testa fracassati. A distanza di quasi vent’anni l’uno dall’altro. Quasi la medesima postura. Un passamontagna a coprire il volto di Carlo, una coperta che lasciava intravedere il viso di Moro. La stessa ostensione. Come il Cristo Morto del Mantegna…e cordone di carabinieri a far da cornice.

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30   Commenti

  1. Giorgio Molino scrive:

    Com’era il titolo di quella rubrica del vecchio “Cuore” (il settimanale di satira, non l’omonimo libro di Edmondo De Amicis – nota per i “primi a raggiungere i gradi più alti degli studi”)? E chi se frega, o Ecchisenefrega, se non ricordiamo male. Ecco: E chi se ne frega, o Ecchisenefrega, degli amarcord politico-familiari del Saviano de noantri.

  2. Giorgio Ebasta scrive:

    …ma non ti chiamavi Guido? Quello che scrive e – sul suo sito – si commenta (letteralmente) da solo? Caro mio, ‘sto periodo è dura…eh? Dura la vita, eh? :-)

  3. Giorgio Molino scrive:

    Quello è mio fratello. Siamo una grande famiglia. E la famiglia nella vita è tutto. A proposito di famiglia: sta bene tua madre, Giorgio Ebasta, la trovo sempre sulle strade provinciali o è passata alla Cassia?

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