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Con la cultura si vivacchia o si mangia?

Lo spazio di Ponte del Paradosso

Lo spazio di Ponte del Paradosso

Caffeina e Tuscia film fest sono andati in archivio anche quest’anno. Inutile sottolinearlo: ancora una volta hanno ottenuto un vasto successo di pubblico, anche se non di critica (ma su questo le spiegazioni ci sono, eccome) e sono riuscite a trasformare la città, anche se per un periodo troppo breve.

Ma proprio il successo ottenuto e la possibilità tutt’altro che aleatoria, secondo la quale con la cultura ci si può anche mangiare, impongono alcune riflessioni da fare a mente fredda sulle scelte alle quali pubbliche amministrazioni e imprenditoria privata si trovano davanti, ammesso che si voglia continuare a percorrere questa strada.

Riflessioni che partono da un’indagine, resa nota lo scorso mese di aprile proprio dall’organizzatore del Tuscia film fest Mauro Morucci, il quale – ravanando tra le determine dell’amministrazione targata Giulio Marini – scoprì che palazzo dei Priori aveva destinato a iniziative culturali oltre 600 mila euro. Non una cifra iperbolica, ma neanche tanto misera.

Il problema però è che questi soldi sono stati spesi accontentando un po’ tutti. Insomma, i cosiddetti finanziamenti a pioggia, che hanno avuto sicuramente un loro risvolto sociale (perché anche le bocciofile, le gimkane e gli amici del ruzzolone hanno una loro dignità), ma non hanno inciso assolutamente nel tessuto sociale e soprattutto economico del territorio. Diverso è invece – come dimostrano i fatti – il risvolto che possono determinare manifestazioni di alta qualità, che andrebbero sempre più supportate da operazioni di marketing per raggiungere – tanto per fare qualche esempio concreto – quel bacino d’utenza che sta a soli 80 chilometri di distanza e che si chiama Roma, con i suoi 3 milioni d’abitanti.

E allora? E allora bisogna scegliere. Se accontentare tutti, come in passato, o puntare in alto per ottenere risultati apprezzabili in quanto a crescita o sviluppo. Il ragionamento, pur se teoricamente abbastanza semplice, diventa però complesso quando lo si cala nella realtà viterbese. Molti media locali, ad esempio, quest’anno hanno deciso di snobbare gli eventi. Un po’ perché ci si è messa di mezzo la politica, ma anche per il fatto che non sono arrivati i soldi della pubblicità. E qui val la pena ricordare ancora una volta quanto affermato in tempi non sospetti dal saggio Marcello Meroi, quando affermò che “se non fai pubblicità, per certi organi di informazione gli eventi non esistono”.

Ma non è tutto. Ogni tanto spunta anche qualche rappresentante dell’era paleozoica, che esterna tutta la sua nausea per Caffeina perché “c’è troppo casino”. Lui preferirebbe le strade vuote alle dieci di sera, con bar e ristoranti chiusi. Ma state tranquilli, che a quel punto se la prenderebbe pure col latrato di qualche cane.

Detto ciò, forse la riflessione cui si accennava sopra, andrebbe fatta a 360 gradi. La dovrebbe fare il sindaco, in primis; la dovrebbe fare il presidente della Provincia; la dovrebbero fare i consiglieri regionali eletti nel Viterbese; la dovrebbero fare le associazioni datoriali e i sindacati. Per capire se sia arrivato veramente il momento di dare un senso a quello slogan “Viterbo città d’arte di cultura” di fioroniana memoria, oppure se continuare a gestire l’aurea mediocritas che ha sempre contraddistinto Viterbo.

Certo, la soluzione non è così semplice come può apparire a prima vista. Anche perché palazzo dei Priori ci ha messo del suo, nominando assessore alla cultura un uomo (bravissima persona) legato a doppio filo proprio a Caffeina. E’ ovvio che per lui prendere decisioni drastiche sarà molto più complicato che per altri.

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