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Farris: “La Viterbese sempre nel mio cuore”

La gioia di Donsanti e Farris dopo la vittoria ai playoff con lo Spoleto

La gioia di Donsanti e Farris dopo la vittoria ai playoff con lo Spoleto

Massimiliano Farris è al mare. In Versilia, come sempre. Spiaggia e famiglia, col rischio d’incontrare sul lungomare di Forte dei Marmi gente come Massimo Moratti o Adriano Galliani, che lì sono di casa come ormai è di casa lui, l’ex allenatore della Viterbese, visto che sua moglie Daniela è di quelle parti. Aveva deciso di aspettare un nuovo contratto, prima di parlare. Ha cambiato idea.
“Sono al mare. Mi rilasso, e aspetto. Offerte? Qualcuna. Dalla serie D e anche dalla Lega Pro. Ma voglio valutare con attenzione, e con calma. Il progetto mi deve convincere, intrigare. Ho bisogno di certezze, e di società che ne possono offrire ce ne sono sempre meno. Qualcosa comunque si muove. Certo, resterò a vivere a Viterbo: sono otto anni, ormai, ho comprato casa, la mia famiglia ormai è viterbese. E io sono un tifoso della Viterbese, la squadra in cui ho giocato e la squadra che ho allenato”.
Ecco, allora, ripartiamo da qui. Dalla Gialloblu che è arrivata ai playoff, pur senza dirigenti e soldi in banca. Dalla squadra che giovedì scorso è rimasta esclusa dalla serie D, senza presentare neanche domanda d’iscrizione. Era morta già allora, la Viterbese, eppure camminava, correva, vinceva.

“Cerco di distinguere le due cose, l’aspetto sportivo da quello societario. E mi viene facile farlo. Sul campo, gli ultimi mesi sono stati eccezionali. Quello che abbiamo fatto, con i ragazzi, è un’impresa calcistica straordinaria. Così come è stato straordinario il rapporto che si è creato con la gente, con i tifosi. La vittoria ai rigori con l’Arezzo (ottavi di finale dei playoff nazionali, ndr) non la dimenticherò mai. Alla fine ho avuto un mancamento, mi sono sentito male veramente. Da una parte c’era la gioia incontenibile per quella vittoria, dall’altra la rabbia perché sapevo che quel miracolo non sarebbe servito a nulla, che tutto sarebbe finito”. E tutto è finito: società verso la liquidazione, dipendenti licenziati, condanne di risarcimenti a raffica, e altre ne arriveranno. “Spero che chi ha sbagliato pagherà, se c’è una giustizia deve pagare”, dice Farris, con la voce schietta e seria. Poi riattacca.
“A marzo, quando si dimisero presidente e vicepresidente, ci guardammo in faccia e ci chiedemmo cosa fare. Io, i dirigenti rimasti, il mio vice Patrizio Fimiani e il preparatore Cristiano Giovannini. Amici fraterni. Decidemmo di proseguire, anche senza certezze, senza stipendi. Giusto? Sbagliato? Rifarei tutto, anche oggi, nello stesso modo. Perché conosco soltanto un modo di lavorare, quello che chiede impegno e dedizione, e serietà. Sono sicuro di poter andare in giro a Viterbo a testa alta, sono altri che si debbono nascondere”.
“L’arrivo della famiglia Camilli? Sono contento, e lo dico forte e chiaro. Sono contento perché la Viterbese, io continuo a chiamarla così, ha imboccato una strada sicura, è nelle mani di persone serie, vincenti, e non c’è bisogno che lo dica anche io. Ho conosciuto Vincenzo Camilli in occasione di un premio che mi è stato assegnato, la settimana scorsa: mi è piaciuto subito, è giovane, serio e con le idee chiare. E credo anche che l’allenatore, Claudio Solimina, merito rispetto, fiducia e l’appoggio di tutto l’ambiente, lo stesso appoggio che è stato dato a me. Ho consigliato anche Pero Nullo di accettare la proposta di rimanere: sono contento che l’abbia fatto, e sono contento se lo faranno anche Ibojo e Vegnaduzzo. Io? Nel calcio non si sa mai: a Viterbo ho giocato e sono tornato come allenatore. Non escludo che possa farlo ancora, in un futuro più o meno lontano. Magari ci spero anche, dentro di me. Ma la Viterbese sarà sempre la mia squadra”.

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