25092017Headline:

Ceramica, un distretto che si sta sciogliendo

ceramicaC’era una volta il distretto di Civita Castellana, difeso da otto capisaldi, sette nella Tuscia (l’ottavo Sant’Oreste in provincia di Roma): Castel Sant’Elia, Corchiano, Fabrica di Roma, Faleria, Gallese, Nepi e, naturalmente, Civita. Contava poco più di cinquantamila anime, cinquemila delle quali impegnate nella fabbricazione e commercializzazione di prodotti in ceramica e sanitari. Aveva una storia che risaliva al medio evo, senza citare cultura e meriti già acquisiti dai discendenti della etrusca Falerii Veteres. Aveva un portafoglio-ordini da far invidia ai giapponesi di ieri e ai cinesi di oggi. Aveva…aveva…si potrebbe continuare all’infinito inseguendo filastrocche. E sarebbe una crudeltà perché la fiaba del distretto ceramico di Civita fiaba non è più. La cronaca odierna è drammatica con chiusure a ripetizione di impianti e fosche prospettive per l’occupazione. La cronaca di oggi – in senso strettamente temporale – propone un’assemblea alla Flaminia e un vertice all’Unione Industriali per il caso Catalano. Le due ”fabbriche” della città, i due fulcri di un distretto che si sta sbriciolando sotto i colpi cruenti della crisi. Ma non solo.
Il dopoguerra era stato un autentico fiorire di piccole fabbriche, gestite da piccoli operai diventati imprenditori di se stessi. Un boom che segnò gli anni Sessanta e Settanta. Poi il lento, inesorabile declino. Non per colpa esclusiva della globalizzazione e dell’arrivo delle truppe del Sol Levante (prima) e cinesi (poi), ma anche per incapacità tutta interna di procedere a inevitabili trasformazioni di tipo tecnologico. A Civita e dintorni magari hanno sperato che il distretto, difeso dai suoi otto capisaldi, sarebbe stato inespugnabile e che il suo Pil non avrebbe subito erosioni, ma avrebbe potuto continuare a dare il 90% di ricchezza ai suoi abitanti e il 58% all’intera Tuscia. Illusione. La crisi ha aperto gli occhi a tutti.
Oggi sono 41 le aziende produttrici di ceramica sanitaria della Tuscia, 36 delle quali localizzate nel distretto civitonico. Occupano complessivamente 4.041 dipendenti che hanno prodotto in un anno 4,12 milioni di pezzi e venduti 3,88 milioni. Il fatturato è di 337,7 milioni di euro, derivanti per 125 da vendite sul mercato nazionale e per 212,7 dalle esportazioni, la cui quota in valore sul fatturato ha raggiunto il 56,41%. Numeri che, tuttavia, oggi sono accompagnati dal segno negativo: in un anno i dipendenti sono scesi del -3,69%, la produzione del -10,37%, le vendite del -13,42%, il fatturato del -10,71% (-21,69% sul mercato nazionale e -2,67% su quello estero). Anche il treno dell’export che aveva sempre viaggiato alla velocità di un Frecciarossa ha fatto marcia indietro: 85,4 milioni di pezzi e -13,03%.
Le nere nubi che si addensano sul distretto rischiano di produrre un autentico nubifragio. «Il rischio vero è che la metà dei ceramisti possa perdere lavoro e speranze», vaticina qualcuno molto vicino alla realtà civitonica e dei dintorni. Perché i dati che arrivano sono sconfortanti, figli anche della inarrestabile crisi dell’edilizia: nel secondo trimestre di quest’anno la contrazione è stata del 14%. Hanno contribuito a questo risultato le performance negative della Spagna (-50,3%), del Regno Unito (-14,6%), della Germania (-7,5%) e della Russia (-48%). Conseguenza, sono aumentate le ore di cassa integrazione autorizzate nei primi otto mesi del 2012 con una crescita del 48,6% in netta controtendenza rispetto al trend nazionale, in calo del 7,2%. E il futuro prossimo venturo non fa intravedere schiarite. Purtroppo.

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