11122017Headline:

Camilli e l’esonero: questione di stile

L'ex allenatore della Viterbese Claudio Solimina

L’ex allenatore della Viterbese Claudio Solimina

Fantasia, intuizione, rapidità d’esecuzione. Se l’esonero di un allenatore è un’arte sopraffina, allora Piero Camilli ne è il campione. Perché i suoi esoneri sono poesia. Capolavori di tecnica, di modi di tempi. E sono tanti, tantissimi: 38 negli ultimi tredici anni, almeno secondo una statistica che non solo potrebbe essere imprecisa, ma anche arrotondata per difetto. L’ultimo tecnico ad essere stato cacciato dal Comandante è Claudio Solimina, primo esonero da quando Camilli è a Viterbo.  Primo, e sicuramente non ultimo. Toccherà a Sergio Pirozzi – il suo successore – smentire un destino che sembra inevitabile, prima o poi.

Ma torniamo alla perfezione del gesto. Quello di Camilli arriva d’istinto, all’apparenza senza solide motivazioni alle spalle. Racconta la leggenda che l’avventura di Solimina sia finita già domenica, all’ora di pranzo, subito dopo il triplice fischio della partita di Ladispoli, primo pareggio della Viterbese dopo cinque vittorie in cinque partite, trascorse sempre in testa alla classifica. Il Comandante che scende dalla tribuna e, secco, ordina: “Cacciatelo”. Tutto quello successo dopo – depistaggi, rinvii, riunioni segrete e dichiarazioni rassicuranti ai giornali – sarebbe stato soltanto un modo per allungare il brodo. Per giocare al gatto col topo. Per scandalizzare. Pour épater le bourgeois. Giusto per rendere chiaro un concetto: quando Camilli decide una cosa, quella cosa si fa. La notte non porta consiglio. Non si accettano altre soluzioni. Non si torna indietro. Un messaggio chiaro inviato alla sua nuova città, ai suoi nuovi tifosi: qui funziona così, stupitevi quanto vi pare, ma se volete vincere, questa è la ricetta. Lui sa come si fa.

Lo stesso Solimina, che qualcuno vorrebbe ora far passare per martire – ah, c’è sempre bisogno di un martire – sapeva benissimo come gira la giostra camilliana. Si conoscono da oltre dieci anni, col Comandante, hanno già fatto calcio insieme. L’esonero con Camilli fa parte del contratto, e non è scritto in righe piccole, e non ha necessariamente bisogno di cause conclamate. Basta un pareggio subìto all’ultimo minuto, un’intervista fuori posto, un allenamento troppo moscio, una sostituzione sbagliata. Zac, fuori uno e avanti un altro. Fatta salva la libertà di poter cambiare ancora la prossima volta, magari la prossima settimana. Cacciare i soldi implica anche questo che non è un lusso, ma una facoltà legale e contrattuale. Un diritto da uomo libero.

Ora, appare anche fuoriluogo fare paragoni con altri presidenti mangiallenatori. Il club, in Italia, non è poi così esclusivo: hanno la tessera Zamparini, Cellino, Preziosi, una volta c’era Gaucci. Ma nessuno ha la classe di Camilli, la goduria intrinseca del gesto stesso quando poi serve all’unico fine che gli interesse e ci interessa: vincere. Già, perché il Comandante è un vincente, ha collezionato campionati in successione come pochi altri possono vantare. Si è trattato raramente di esoneri per conquistare la salvezza (a parte lo scorso anno a Grosseto, con cinque cambi in panchina e la retrocessione arrivata comunque a causa della penalizzazione post calcioscommesse). No, qui semmai gli esoneri sono sempre serviti per arrivare più in alto. Col gusto di dire, a vittoria ottenuta: “Avete visto, se non avessi cambiato allenatore non ce l’avremmo mai fatta”.

E con una soddisfazione aggiuntiva, non da poco. Tra i (forse) 38 allenatori passati per le mani – e per le tasche – dell’imprenditore di Grotte di Castro, c’è stata gente che poi ha fatto carriera. Massimiliano Allegri, per esempio, che in seguito avrebbe vinto uno scudetto col Milan e adesso si pettina i capelli in diretta Champions. O Stefano Pioli, stimatissimo tecnico del Bologna. Ma anche dei tecnici che sinceramente hanno “un po’ deluso le aspettative”. Tipo Giuseppe Giannini, che ha ballato al Grosseto giusto un paio di giornate prima di tornare a indossare i panni dell’ex Principe. Oppure tipo Aurelio Andreazzoli, che ben prima di portare la Roma alla sconfitta nel derby in finale di Coppa Italia, era già stato provato da Camilli. E naturalmente esonerato, oh yes. L’avesse saputo Pallotta, magari non l’avrebbe preso.

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