21112017Headline:

Lillo allena per il terzo miracolo salvezza

Lillo Puccica

Lillo Puccica

Lillo Lillo Lillo, quattro punti in graduatoria. E no, non è una parafrasi maldestra della canzone di Venditti (“Lili”, 1975) che poi parlava di droga e di altre cose brutte in pieni Anni di piombo. No, questa di Lillo Puccica in fondo è una storia importante, mica brutta, mica pessimista, ma è un inno al calcio di provincia. Quello fatto con pochi soldi, in posti provvisori, senza promesse né prospettive né certezze. Se vinci – e mister Puccica vince da tre anni – ti danno una pacca sulle spalle, se perdi sei perdente, e l’etichetta è difficile poi da cancellare dalla pelle, tatuata a sangue, lettera scarlatta, stella di davide sulla tuta d’ordinanza.
Adesso i fatti. Succede che Puccica Rosolino, di natali capranichesi, quella razza Capranica che nel corso dei decenni ha regalato alla Tuscia i meglio calciatori (da Sergio Andreoli, campione d’Italia con la Roma del primo scudetto fascista, a David D’Antoni, mediano zemaniano, passando da Manlio Morera, genietto interrotto da un destino bastardo), non riesce a smettere con la panchina. Ci sta sotto. E’ dipendente. E’ malato. Ha fatto il calciatore, per anni, centrocampista de core con la Viterbese e altri. Poi ha varcato il Rubicone, allenatore come modo di vivere. La Lodigiani, quando era la terza squadra di Roma: scudetto con la Berretti e lancio di campioni. La Viterbese, ancora Berretti, e ancora miracoli, prima di essere chiamato al capezzale della prima squadra, per necessità, per mancanza di alternative (gli altri tecnici avevano fallito ed erano scappati nel corso della stagione) e per l’intuizione geniale e disperata di un Grande Dirigente come Carlo Maria Cardoni. Debutta, il sor Lillo, e fa subito bingo, salvando i derelitti gialloblu dalla retrocessione in C2 passando dall’epico spareggio di Nocera Inferiore: sangue, minacce, scontri, e la Viterbese poveraccia che mantiene la C1.
E va bene. E’ nato un fenomeno? Un mago? Un Mourinho prima dell’originale? Macché. Lillo deve continuare la gavetta, ancora a Viterbo, e poi sempre in C1, a Lanciano, Fermo, Vasto, Olbia, ancora alla Lodigiani quando già si chiamava Cisco e non era più la stessa cosa. A nula gli serviva il patentino da allenatore patentato (appunto): dalla gavetta non si esce, se non hai una botta di culo, qualche padrino illustre oppure l’imprevedibile piega degli eventi. A Puccica non capita nulla di tutto ciò, e allora fa come il gambero, torna indietro, torna alla Viterbese e cade vittima della vecchia maledizione dei profeti che in patria restano regolarmente fregati. Nonostante le promesse e le protezioni dei presunti amici che poi alla fine tanto amici non si dimostreranno. Pazienza: uno come Lillo non s’arrende mai, we shall never surrender, come dicevano gli inglesi nel ’41, quando le bombe crucche li ammazzavano tutte le notti. E allora Puccica accetta persino Civita, la periferia dell’impero, ma molto periferia: la squadra dove aveva smesso di giocare, all’inizio degli anni Novanta, e la squadra dove torna da allenatore, anche se adesso si chiama Flaminia – prima era Pool Industrie – e fa la serie D. Ma di soldi, pochi, e ogni anno sempre meno. Di pubblico, poi, neanche a parlarne: i parenti dei giocatori, i dirigenti avversari, qualche bambino, qualche osservatore. E il vento che batte il Madami, in certe domeniche d’inverno, come neanche a Stalingrado ai tempi belli.
La salva, comunque, il sor Lillo. Due volte. Al primo anno, con una giornata d’anticipo, arrivando davanti ai cugini di città della Viterbese L’anno scorso, ancora, benché la squadra fosse ancora più debole, gli avversari più tosti, e i soldi a disposizione meno ancora. Due capolavori, due miracoli, uno dietro l’altro, senza che nessuno glielo avesse chiesto, costruiti giorno dopo giorno, sul campo, facendo anche il magazziniere, il preparatore, il medico, il direttore sportivo, l’amico, il padre, il maestro di scuola.
E siamo a oggi, alla stagione appena iniziata, la prima da unica squadra della Tuscia in serie D. La prima squadra di casa nostra, per chi ha problemi ad accettarlo. Lillo avrebbe potuto dire no, in estate: io qui due opere d’arte le ho già fatte, per la terza rivolgetevi ad altri. E di soldi ce n’erano ancora meno del solito: si sa, la Flaminia (azienda) licenzia, mette in cassintegrazione, Civita Castellana è un deserto di lavoro e un pieno di cassintegrati. E invece alla fine ha prevalso quella vecchia dipendenza: io senza panchina non so stare, accetto. Al momento, la Flaminia ne ha quattro, di punti, è in piena tonnara per la salvezza. Lotta, gioca (domani sul campo del FiesoleCaldine), non vince ma ci prova. Ce la farà per l’ennesima volta? Difficile, quasi impossibile. E sembra proprio la missione giusta ancora per il nostro uomo. Ma se non ci riuscisse, niente processi, niente accuse: perché ci vogliono coraggio, forza e parecchia follia ad accettare sfide del genere. Alla terza volta consecutiva, poi, con tutti i pronostici contro, bisogna essere proprio degli eroi. Eroi della razza Capranica.

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