15122017Headline:

Provincia: uno stipendio risparmiato

Francesco Bigiotti

Francesco Bigiotti

La battuta è saporita: “Non abbiamo ancora fatto il presidente? Meglio, così risparmiamo uno stipendio”. Scene da fine impero a via Saffi, palazzo Gentili, dove ormai si spera soltanto in un miracolo per non sparire sotto la scure di un Governo che non sa più cosa farsene, delle Province italiane. E soprattutto, non sa più come mantenerle. Nell’attesa della fine, comunque, ci si tiene allegramente occupati col cazzeggio politico. Nei traccheggiamenti (trac trac), nei rimpasti, negli agguati fratricidi. Ieri, l’ultimo della serie, almeno per ora: è saltata l’elezione del presidente del consiglio, poltrona vacante da mesi quattro (e cosa volete che siano, quattro mesi, di fronte all’eternità?) e destinata a Francesco Bigiotti.

Ma il particolare che aggiunge alla notizia quel pizzico di genialità deve ancora arrivare: Bigiotti è saltato non per mano dell’opposizione – soporifera e disorganizzata anzichenò -, né per qualche bega di una maggioranza unita solo in apparenza. No, sarebbe stato troppo facile, troppo banaaaale: l’elezione di Bigiotti invece è saltata perché il partito del quale è capogruppo, l’Udc, si è spaccato come una mela colpita da Guglielmo Tell. Una metà perfetta: due consiglieri da una parte, lo stesso Bigiotti e il giovine Casini (che aveva proposto la candidatura), Alfio Meraviglia e Francesco Galli dall’altra. Questi ultimi due hanno impallinato già dalle prime battute del consiglio provinciale il loro capogruppo, con  un’azione fulmena degna di un Rommel all’amatriciana: prima il tarquiniese Meraviglia, che è uscito dal partito, si è infilato nel gruppo misto e forse un giorno troverà anche un’altra collocazione (in Fratelli d’Italia?). E poi da Francesco Galli, consigliere anziano, che dal banco del presidente ha detto: “Non voterò l’amico Bigiotti. E ci tengo a specificare che questa non è la candidatura dell’Udc ma una candidatura istituzionale”. Un uno-due terribile, per i sogni di elezione immediata del dinamico sindaco di Bagnoregio.

Serve una pausa, per riordinare le idee e soprattutto per fare due conti. Dunque: ci vogliono almeno 13 voti, la maggioranza assoluta, per eleggere Bigiotti. Sui banchi della maggioranza sono presenti 14 esponenti, visto che il pidiellino Francesco Urbanetti è assente (“Impegnato ad Arezzo per una visita medica”, lo giustifica il capogruppo Capitoni). Ma due, Meraviglia e Galli, hanno già detto che Bigiotti no pasarà. E allora? Allora ecco che da Fratelli d’Italia (Mantuano) e Pdl (Allegrini) partono appelli più o meno accorati all’opposizione dormiente affinché si svegli e corra in soccorso di Bigiotti. Dai banchi della sinistra, però, tante belle parole ma la concessione – al massimo – di un’astensione. Con Maurizio Palozzi che invece esce dall’aula “per amicizia nei confronti di Francesco”, non prima di far notare: “Ci chiedete di votare per lui, ma non vi siete degnati neanche di sentirci prima”. E Bengasi Battisti che si produce in una lunga e accoratissima filippica contro la mancanza di etica in questo consesso. Meroi lo fulmina: “Non accetto lezioni da lei, che fa parte di un partito che ha impallinato due suoi candidati alla presidenza della Repubblica, Rodotà e Prodi”. E Francone Marini dove lo mettiamo?

Comunque si vota. Il candidato si ferma a dodici, gli astenuti sono sette, Palozzi è in corridoio. Se ne riparlerà la prossima volta, quando basterà la presenza di tutta la maggioranza (Urbanetti compreso) per far passare finalmente Bigiotti. Che per il momento fa buon viso a cattivo gioco: “Per fare politica bisogna essere liberi, senza padroni e senza catene. Sono contento perché oggi, con l’uscita di Meraviglia, abbiamo fatto un po’ di chiarezza all’interno del partito”. L’Udc resta con tre soli consiglieri, e chissà che non ci sia bisogno presto anche di un riequilibrio negli assessorati. Così, giusto per non farci mancare niente. Tanto fino al 2015 c’è tanto tempo, e tante cose da (non) fare.

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2   Commenti

  1. Giorgio Molino scrive:

    Prima però bisogna trovare una poltrona o poltroncina (ben retribuita e autorevole, va da sé) per il Sor Meroi, che con grande sprezzo del ridicolo s’è trasformato nel massimo apologeta dell’ente provinciale in quanto tale.

  2. Giorgio Molino scrive:

    Ad ogni modo, quella del presidente del consiglio provinciale è una poltroncina da 2000 euro mensili. Oltre al prestigio (prestigio?) della carica, a qualcuno evidentemente fanno gola anche i dobloni. Filippo Rossi da Trieste docet.

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