17122017Headline:

Vincere giocando bene? Ci vuole pazienza

Mister Solimina con alcuni giocatori

Mister Solimina con alcuni giocatori

Vincere giocando bene è uno di quegli slogan da campagna elettorale. Magari americana. Magari berlusconiana. Oggi forse renziana. Bello, stilisticamente perfetto, ma che non funzionerà mai.l Vincere giocando bene è il Regno del Prete Gianni, o il Paese di Bengodi. Posti meravigliosi, incredibili, ma impossibili per loro stessa definizione. Esistono soltanto nelle bugìe di qualche poeta, e negli allocchi talmente allocchi da cascarci. Per altri ancora, vedi Giovanni Brera fu Carlo, vincere giocando bene è una semplice masturbatio grillorum, autoerotismo per piccoli insetti.

Chi oggi va in giro a chiedere – a pretende con un’arroganza smodata – che la Viterbese giochi bene è un venditore di fumo. E per giunta dilettante, visto che di venditori di fumo si può trovare di meglio dalle parti della stazione Termini, per dire. E’ vero, questa Viterbese non fa calcio champagne, almeno per ora, dopo quattro giornate di campionato e una di coppetta Italia. Qualcuno ha avuto il coraggio di lamentarsene, mugugnando in tribuna (ah, bentornati cari critici da seggiolino numerato) o gracchiando per le radio (questi, critici da microfoni). Liberissimi di esprirmere le loro opinioni, per carità, però parliamone. Con calma, tra amici, o almeno tra persone civili. Oggi che c’è anche la partita contro il Grifone Monteverde.

Primo dato: i numeri. Quattro partite giocate, quattro vittorie, cinque su cinque se si conta la coppetta, che pure è obiettivo dichiarato della caccia grossa gialloblu. Quindici gol fatti e solo due subiti, uno dalla Caninese alla prima giornata (e lo ha segnato Angelo Troili, bagnaiolo cuore d’oro e polmoni d’acciaio), e l’altro dal Monterotondo, da quel Gianluca De Dominicis che, oltre a portare il nome da consigliere comunale grillino, si è anche incavolato perché i giornali locali avevano attribuito la prodezza ad un suo compagno di squadra. Segno inequivocabile che quei pochi che sono riusciti e riusciranno a infilare la porta gialloblu ci tengono da matti.

Sì, d’accordo, ma la Viterbese gioca male, o comunque non gioca bene. Dite? Insistete? Rispolverate argomentazioni tipo: “gli avversari sono giovanissimi e corro come indemoniati, i gialloblu sono fermi e compassati”. E allora? Se gli altri hanno la forza e la necessità di correre, che lo facciano pure quanto vogliono. Il campo è lungo e grande, di spazio ce n’è a iosa. Che corrano liberi e selvaggi. Ma se poi Romondini recupera palla, la dà a Cerone che allarga per Pero Nullo e il folletto di Fratta Todina la centra per Toscanone e lui fa gol che succede? Hanno corso tanto, quegli altri, e hanno preso un’altra pera. Contenti loro.

Il guaio è che questo campionato è troppo piccolo per soddisfare la febbre calcistica di un pubblico come quello tusciarolo, ansioso di recuperare il tempo perduto e di smaltire le fregature del passato a suon di trionfi su trionfi. Prima su scala regionale, poi interregionale, quindi provinciale e un domani chissà, a livello mondiale se non intergalattico, magari vincendo il derby con i Bastioni di Orione. E no, questa megalomania mettiamola da parte, almeno per il momento. La parola d’ordine è umiltà. Umiltè, egalité e fraternité, come diceva quello. Ci vuole una via di mezzo, un compromesso sentimentale, se non si vuole rovinare tutto per la troppa fame. Il suggerimento arriva pure dalla maglia: il leone sul petto, simbolo de ‘sta città, e l’agnello sulla pancia, simbolo dell’azienda camilliana.

Ecco, Camilli. Lui sì che eventualmente si può incavolare se la squadra è meno straripante del previsto. E può fare ciò che vuole: cacciare l’allenatore, cambiare i giocatori, portarli in ritiro a Tessennano fino a maggio. Perché è quello che caccia i soldi ed è quello che è abituato a vincere. Ergo: l’unico che può criticare. Tutti gli altri, i cantori e i tifosi, gli ex collaborazionisti e gli infiltrati, portino pazienza. Lo stesso mister Solimina, che dopo il 5-1 di domenica scorsa al Monterotondo ha messo le mani avanti, lasci perdere con certi giochetti motivazionali, che alla fine servono solo a fomentare i fomentabili. Per tornare a vincere, prima, bisogna anche ricostruire l’educazione sportiva di un ambiente che, negli ultimi tredici anni, ne ha viste di tutti i colori (la maggior parte da codice penale) e che, per inciso, in questo periodo non ha vinto neanche un campionato che sia uno. Per festeggiare il prossimo bastano pochi mesi, e qualcuno che sia in grado di goderselo fino in fondo. Ce la faremo?

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18   Commenti

  1. Luca Prosperoni scrive:

    grande come sempre!

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