24112017Headline:

“Quel caffè è legato al centro storico”

Primo Panaccia

Primo Panaccia

“Schenardi è morto. Se non rivive il centro, nemmeno il caffè storico potrà risorgere”. Primo Panaccia è l’imprenditore che nel 2004 acquistò da Mc Donald’s il locale e che lo gestì fino al 2009. Quando pure lui, nonostante non avesse un affitto da pagare, è stato costretto a gettare la spugna. Ora ripercorre la sua vicenda e legge i fatti odierni, con la nuova chiusura decisa da Segafredo e un futuro incerto, in prospettiva di una programmazione che in città non c’è mai stata. “Io lì dentro ci ho lasciato soldi e cuore. E’ la memoria storica di Viterbo. L’abbiamo persa”, dice amareggiato.

La memoria storica?

“Sì. Lì sono nati amicizie, amori, coalizioni politiche. Era un punto di aggregazione, all’inizio l’unico in città. Lì dentro si faceva e disfaceva la città. Erano gli anni d’oro, tra il ’50 e il ’70. Ma anche nei secoli scorsi funzionava. E’ dal ‘400 che è lì. Poi…”

Poi?

“Poi c’è stato un lento declino. Di pari passo con lo svuotamento del centro storico. Più di recente, poi, è arrivata la crisi, quindi il volume d’affari è calato”.

L'interno del caffé

L’interno del caffé

Ma perché Schenardi non è redditizio?

“Perché ha costi altissimi di gestione. E i prezzi non sono commisurati. Un caffè a 90 centesimi lì dentro non è economicamente sostenibile. Dovrebbe essere venduto a 1,50. Ma purtroppo a Viterbo si è persa la cultura del caffè storico. Nelle altre città ci sono e vanno avanti nonostante la crisi, magari guadagnano meno, ma i prezzi non li hanno certo abbassati”.

Allora perché qui questo discorso non funziona?

“Perché manca il supporto degli enti. La pubblica amministrazione ha sempre considerato Schenardi come una delle tante attività commerciali del centro. Invece Schenardi è storia ed è cultura. Come tale, andrebbe aiutata”.

E come?

“Provincia e Comune avrebbero dovuto organizzarci iniziative, presentazioni di libri, riunioni, eventi. Come si fa altrove. Invece, nulla”.

Quindi il problema non è solo l’affitto alto del locale, come lamenta l’attuale gestore Segafredo?

“Ma no. Per 700 metri quadrati, 13mila euro al mese non sono troppi. Il punto è che un caffè storico costa perché la qualità del servizio, dei prodotti è maggiore. Poi, Schenardi è quattro locali in uno: bar, gelateria, ristorante, pasticceria. Io avevo 35 dipendenti. Poi la clientela, un po’ per la crisi un po’ per lo svuotamento del centro, è calata. I costi aumentavano. Ed era una guerra continua”.

Il cartello che annuncia la chiusura

Il cartello che annuncia la chiusura

Guerra con chi?

“Anche col Comune. Per mettere la pedana in piazza delle Erbe ho collezionato esposti dei commercianti vicini e continui sopralluoghi. Alla fine mi sono arreso a malincuore”.

Quindi anche se si trovasse un nuovo investitore, per lei Schenardi sarebbe destinato a chiudere?

“Alle condizioni attuali sì. Perché la sua vita è legata a quella del centro”.

Appunto, il Comune vuole chiuderlo il centro per rivitalizzarlo.

“Togliere le auto è sacrosanto ma se al contempo non si agisce su altri fronti, chiuderanno le ultime attività rimaste”.

Perché?

“Perché il commercio è il motore del centro e per girare ha bisogno di persone che lo frequentino. Serve innanzitutto un piano del commercio, che non c’è mai stato. Basta aprire negozi tutti uguali che attirano solo un tipo di target. Eppoi, accanto al commercio nel centro ci sono i residenti: per renderlo più vivibile va bene la chiusura programmata, ma servono anche iniziative tutto l’anno per far sì che, anziché al centro commerciale, la gente esca dentro le mura”.

Iniziative che costano?

“Ma no. Basterebbe, per esempio, mettere un trenino il fine settimana che porti i bambini a spasso per il centro. Organizzare mostre, un mercatino di Natale non con le case in plastica. Basta avere idee e fare programmazione. Altrimenti, oltre alla memoria storica di Schenardi perderemo un intero pezzo di città”.

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14   Commenti

  1. Giorgio Molino scrive:

    Il silenzio dell’ottuso superassessore alla kultura kaffeinomane Barelli, così prodigo di gaffe e chiacchiere, su questa vicenda ci inquieta… O forse presto leggeremo una folgorante genialata su Schenardi del suo padre padrone e maestro Filippo Rossi da Trieste?

  2. Marisa Fiorentini scrive:

    Ci sono cose che dovrebbero essere tenute in considerazione: il caffè Schenardi NON DEVE
    morire, il comune dovrebbe pensare a qualcosa….Vere le iniziative pubblicate e credo che s
    e si chiedesse l’intervento di tutti i cittadini, nessuno si tirerebbe indietro, perchè nei nostri trascorsi, ognuno di noi ha sognato dentro quel caffè bellissimo…………Chiedete…………

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