22112017Headline:

Fare impresa? Meglio le donne

imprenditrice donnaMaschi contro femmine? Non c’è gara. Le donne ancora una volta danno prova di resistere meglio agli urti della vita, soprattutto nel lavoro. Così, dopo cinque anni di crisi che hanno segnato profondamente l’imprenditoria italiana, le imprenditrici escono dal 2013 tenendo ben stretto un vantaggio sui colleghi uomini: dal 2008 ad oggi il numero delle lavoratrici indipendenti italiane (imprenditrici, lavoratrici autonome, libere professioniste) è diminuito di 123.000 unità, pari al 6,7% in meno. Un calo inferiore a quello registrato dalla componente maschile del lavoro indipendente che, nello stesso periodo, è diminuita del 9,1%, con una perdita di 387.900 unità.

Le imprenditrici italiane sono donne in gamba, che non mancano di darci prova di una capacità lavorativa e di una spinta innovativa eccezionali. Parliamo di capitane coraggiose che, non solo reagiscono e sfidano la crisi, ma riescono anche a portare un segno positivo all’interno dell’andamento economico del paese drammaticamente negativo. È come a dire che le nostre donne stanno lavorando sul sentiero accidentato della recessione e lo stanno facendo con grandi successi: basti pensare che le lavoratrici alla guida di aziende con dipendenti nell’ultimo quinquennio sono aumentate dell’8%.

Un dato entusiasmante quello che emerge dall’Osservatorio sull’imprenditoria femminile realizzato dall’Ufficio studi di Confartigianato presentato alla Convention di Donne Impresa Confartigianato. Un dato che parla di una classe di donne che lavorano in proprio che rappresenta il 30,8% del totale dei lavoratori indipendenti attivi in Italia e il 18,4% del totale dell’occupazione femminile. Non solo, tra le attività autonome in rosa sono 364.942 le imprenditrici alla guida di imprese artigiane. Nel dettaglio, la provincia di Viterbo registra 955 donne titolari di ditte individuali artigiane pari a circa il 12,6% del totale delle imprenditrici, a fronte di un dato regionale più incoraggiante: il Lazio, infatti, si attesta al secondo posto, dopo la Lombardia, per numero di lavoratrici indipendenti con un totale di 172.459.
Una vittoria ottenuta nonostante tutto; malgrado un Paese che tiene distanti le donne dal mondo del lavoro con un investimento nei servizi di welfare tra i più bassi dell’eurozona. Quelle politiche che dovrebbero favorire la conciliazione tra attività professionali e cura della famiglia, purtroppo, in Italia sono latitanti e i risultati sono riscontrabili nel costante calo delle nascite.

Stando a quanto emerso dall’Osservatorio sul benessere equo e sostenibile, il nostro non è un Paese per mamme che lavorano. Nello specifico, in Italia la spesa pubblica per le prestazioni a favore delle nascite è pari a 3,1 miliardi, inferiore del 26,6% rispetto alla media europea; quella a sostegno della crescita dei bambini è di 2,8 miliardi, più bassa del 51,2% rispetto alla media Ue; quella a favore dei giovani under 18 è di 6,5 miliardi, inferiore del 51,5% rispetto all’Europa.

Il welfare italiano non aiuta l’occupazione femminile e il gap con il resto dell’Europa è evidente. Mentre in paesi come Norvegia, Svezia e Olanda, a fronte di una tassazione piuttosto alta, le donne usufruiscono di un sistema di servizi impeccabile, in Italia questo “ritorno” non si registra. Durante la convention nazionale è sicuramente emersa la volontà di invertire questa rotta. Sia il vice ministro Guerra sia il sottosegretario per lo Sviluppo Economico Vicari hanno dato la massima disponibilità d’incontro con le associazioni di categoria, in particolare con le imprese guidate da donne. Durante i lavori si è avvertita una disposizione all’ascolto che ci auguriamo si concretizzi in un fare politica.

Proprio in riferimento all’urgenza di una risposta della politica, il sottosegretario Vicari ha annunciato che è pronto sul tavolo del Ministro un progetto finalizzato a stanziare fondi di garanzia destinati al welfare.
L’augurio, ovviamente, è che proposte come questa possano concretizzarsi e che si inverta un trend che non rende onore al nostro Paese. Insieme con la diminuzione delle nascite, infatti, è in discesa l’utilizzo di alcuni strumenti di welfare a sostegno della maternità e della conciliazione lavoro-famiglia: congedo obbligatorio retribuito di maternità, congedo parentale, assegno di maternità dello Stato e dei Comuni e assegno al nucleo famigliare. Sembra addirittura che ci siano mamme di serie A e di serie B: per quanto riguarda il congedo obbligatorio retribuito di maternità, infatti, nel 2012 i beneficiari sono stati, per il 91,5%, lavoratori/trici dipendenti e solo per il 9,5% le lavoratrici autonome, di cui ¼ artigiane. Differenze tra dipendenti e autonome anche per quanto riguarda il congedo parentale.

Appare evidente l’urgenza di un intervento, perché le differenze di genere sul lavoro per le donne esistono e creano non pochi impedimenti. Quello che per noi è fondamentale non è certo andare ad incancrenire queste differenze, bensì impostare e radicare una politica di genere che porti al raggiungimento di una condizione veramente paritaria. La filosofia che spinge il nostro lavoro quotidiano è una tra le più antiche e vincenti: l’unione d’intenti e non la divisione porta al raggiungimento di ottimi e duraturi risultati.

 

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1 Commento

  1. Giorgio Molino scrive:

    Bla, bla, bla… Sintesi: viva le poltrone, soprattutto le mie!

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