23092017Headline:

In Italia impera la cultura del provvisorio

lavoro-al-computerGli orizzonti del popolo italiano si sono rimpiccioliti a causa della mancanza della volontà politica di affrontare i veri problemi del Paese, aggiunta alla corruzione che infetta il sistema. Per questi motivi tra i giovani si è diffusa la convinzione che per salvarsi è necessario valicare i confini italiani.

I dati relativi agli studi sull’occupazione nel nostro Paese rispecchiano questa situazione di generale scoramento, tanto che l’Istat ha recentemente dichiarato che ci sono sei milioni di cittadini, potenzialmente impiegabili, divisi a metà tra coloro che non cercano più lavoro e coloro che il tipo di lavoro offerto non soddisfa. Questa lettura della società è figlia della cultura economica del contesto sociale post-fordista, dove la disoccupazione da elemento congiunturale diventa elemento strutturale. Incremento della produttività; riduzione del costo del lavoro; delocalizzazione delle imprese; aumento dei profitti: queste diventano le parole chiavi per tradurre e comprendere il quotidiano e l’impresa perde il suo ruolo sociale, trasformandosi in uno strumento prettamente speculativo.

Il sistema economico occidentale è il tipico esempio di sistema incentrato sulla grande e media impresa, ma non ha nulla in comune con il sistema economico italiano dove il 98% delle imprese non supera i dieci dipendenti e che ha accettato il sistema occidentale perché sostenuto e portato avanti dal conseguente modello statuale, mutuato dai Paesi con cultura socio-economica completamente diversa. Lo scollamento, perdurante da anni, della società civile dalla società politica è giunto al capolinea e, contestualmente, la società civile si sta riorganizzando attraverso un sistema economico basato sull’economia informale, in attesa che il sistema politico sciolga i propri nodi e prenda coscienza della mutata situazione storica.

La maggior parte dei sei milioni italiani che risulterebbero non attivi hanno preso coscienza del loro status attuale e cercano di rifare il salto da sudditi a cittadini, dopo aver compreso che non è andando a votare un elenco di nominativi che si esprime il concetto di democrazia. Queste persone hanno deciso di dichiararsi fuori dal sistema vigente, pur rimanendo nella legalità e riorganizzano la loro vita sociale ed economica, uscendo dalla società dei consumi, a vantaggio del senso di libertà riassaporato. Milioni di cittadini hanno ormai ben chiara la loro situazione attuale che li vede farsi carico della distruzione di ricchezza avvenuta in questi ultimi trent’anni tramite cattivi investimenti, progetti inutili, corruzione, appropriazione indebita, costituzione di società di nessuna utilità pubblica, distruzione del risparmio tramite investimenti bancari basati su carta.

A fronte della presa di coscienza di questo stato dei fatti, milioni di cittadini sentono intimamente che “sta a loro”, ai propri figli e nipoti, fare sacrifici per evitare l’ulteriore disastro del Paese. Queste persone hanno la certezza di dover fare sacrifici ma ipotizzano di farlo al di fuori dei modelli sociali e politici imperanti, spostando l’attenzione dai consumi alla qualità della vita, ricominciando a fare un elenco delle priorità reali e scavalcando il modello culturale imposto dalla pubblicità e dal marketing. L’altra certezza per questi milioni di cittadini è rappresentata dalla convinzione che l’attuale sistema statale è funzionale solo alla burocrazia e a coloro che vi operano all’interno, mentre i benefici per i cittadini, soprattutto i più poveri, sono quasi equivalenti a zero. La classe dirigente burocratica che guida il Paese con l’avallo della politica, deve prendere atto che sei milioni di italiani attualmente vivono nel sistema standone, di fatto, al di fuori, per cui incassare cinquanta euro per duecento giorni in un sistema di economia informale, equivale a incassare centocinquanta euro al giorno per duecento giorni nell’attuale sistema economico. Del resto, in un momento in cui non circola moneta, se non per le banche, è più facile incassare cinquanta euro al giorno.

Sul panorama descritto, il ruolo di Confartigianato si staglia ben definito: in un contesto in cui assistiamo all’allontanamento della cittadinanza dal quelli che sono gli organismi istituzionali, con relativo avviluppamento su se stessi dovuto a una lampante assenza di fiducia, nonché défaillance comunicativa, sta alle realtà come la nostra saper incarnare quei valori di cui cittadini e imprenditori si sentono privati. L’associazione deve impegnarsi nel saper incarnare quel ruolo chiave di cerniera tra le imprese italiane e il mondo politico e amministrativo. Far proprie le problematiche dei nostri associati e intercedere per loro presso le stanze dei bottoni, significa principalmente riuscire a creare un terreno fertile per lo scambio, dove i due universi, imprenditoriale e istituzionale, riescano nuovamente a instaurare uno scambio che sia davvero foriero di proposte utili e attuabili. Così facendo sarà possibile restituire credibilità alla classe politica e, contemporaneamente, impedire che il sentimento che spinge i giovani alla “fuga dall’Italia” continui a dilagare senza argini.

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