24112017Headline:

Ecco qual è l’Italia che ci piace

universitàL’Italia che ci piace è quel Paese capace di investire sul sapere dei propri giovani, dunque del proprio futuro, nella scuola pubblica e sul sistema universitario, aperto in entrata e selettivo in uscita. Un’Italia che sappia rivalutare il valore dell’istruzione, arma indispensabile per la crescita economica e sociale; che sappia sostenere un sistema istruttivo in grado di indirizzare i giovani e prepararli per il mondo del lavoro, che sappia puntare sul merito e consenta ai giovani di avere fiducia nel loro Paese.

È necessario partire da una revisione dei criteri di finanziamento delle università per privilegiare la ricerca rispetto al numero degli iscritti, la qualità rispetto alla quantità, puntando a coltivare l’idea di un’università che sappia mettersi in linea con quelle degli altri Paesi europei, ponendo maggiore attenzione alle esigenze degli studenti. Un sistema universitario che non venga più intasato dalle baronie e che favorisca la crescita di giovani ricercatori a tutt’oggi sottopagati e sfruttati. È impellente riposizionare all’ordine del giorno dell’agenda politica la tutela del diritto allo studio in quanto sempre più alto è il numero di studenti che, nonostante risultino idonei, non ne possono usufruire. Partendo da questo punto di vista, dunque, è necessario finanziare le borse di studio, allineandosi con le condotte adottate nel resto dell’Europa, uniformare a livello nazionale i criteri di assegnazione delle stesse e affiancare agli assegni tutti i servizi accessori di cui necessitano gli studenti: dalle politiche per la residenzialità studentesca alle mense e ai trasporti. È imperativo rendersi conto che nell’ultimo decennio gli atenei italiani hanno perso il 17% degli studenti, vale a dire 58mila iscritti in meno. È urgente fari i conti con la convinzione dilagante tra i giovani (e non solo!) che la laurea sia inutile. Idea, questa, resa certezza dalla percentuale di disoccupati tra i laureati in costante crescita. Se a questo dato uniamo le difficoltà economiche che attanagliano le famiglie italiane, non è poi così difficile capire come il diploma di laurea sia divenuto inutile nell’immaginario comune dei giovani studenti e quanto sia impellente trovare una soluzione a tale fenomeno.
L’Italia che ci piace è quella che consente ai propri talenti di rimanere entro i confini, offrendo loro opportunità concrete che, anziché costringerli a emigrare, li spingano a combattere per far crescere il loro Paese. Non possiamo più permettere che alla fine del ciclo di studi gli investimenti fatti su ciascun ragazzo, nella scuola pubblica prima e nell’università poi, vengano utilizzati gratuitamente all’estero. Si può ritagliare un margine d’intervento solo investendo con convinzione su ricerca e innovazione, perché saremo in grado di interpretare la globalizzazione solo recuperando competitività sulla qualità e unicità dei nostri prodotti. In altre parole dobbiamo consolidare e incrementare il Made in Italy, riducendo la pratica fin troppo diffusa dell’esternalizzazione delle imprese. La ricerca tecnologica deve essere in grado di adeguarsi alle reali esigenze di produzione nel contesto economico in cui operano e divenire competitive sia sul mercato nazionale che in quello internazionale. Il Made in nostrano, valore importante da salvaguardare, non deve essere compromesso e, nel tempo, deve diventare vera e propria tradizione culturale. Per facilitare tutto ciò, è fondamentale sostenere l’export delle nostre aziende, la collaborazione tra loro in Italia e la creazione di una rete capace d’imporsi all’estero. L’Italia che ci piace è quella che mette le nostre imprese nelle condizioni utili alla competizione: è per un Paese che interviene abbassando il cuneo fiscale senza generare sfruttamento e riduzione delle garanzie o dei salari che la nostra associazione si batte quotidianamente. Confartigianato immagina e pretende un’Italia che favorisca la produttività, sostenendo le piccole e medie imprese, vero motore dell’economia , capaci di dare occupazione a più dell’80% del totale degli occupati e che oggi soffocano, schiacciate dal peso della crisi. Si tratta di quelle aziende in cui gli interessi del datore di lavoro corrispondono con quelli dei lavoratori; quelle imprese in cui l’Italia ha la sua maggiore espressione economica, costituite da artigiani e commercianti che da soli non reggono più il peso del sistema.
Siamo di fronte a una situazione che impone di fare propri i modelli sperimentati da altri Paesi europei che favoriscono la cogestione con i lavoratori, coinvolgendo attivamente i loro rappresentanti sulle questioni cardine dell’azienda, rendendoli dunque soggetti attivi della stessa. È necessario creare una nuova rete di sicurezza sociale che, ispirata a quei modelli propri dell’associazionismo, vada a intervenire sull’attuale sistema di ammortizzatori sociali, con politiche attive del lavoro per favorire lo spostamento di risorse da settori e imprese in declino a settori e a imprese con prospettive di sviluppo. L’Italia che ci piace è quella che si occupa delle partite iva, oggi troppo spesso utilizzate per nascondere il lavoro dipendente, evitando il carico fiscale sulle spalle del datore di lavoro. L’Italia che ci piace è quella che si prende cura dei giovani professionisti e di tutti quei ragazzi che, senza “santi in paradiso”, patiscono la fame per realizzare un sogno o, molto più probabilmente, rinunciano a perseguirlo. L’Italia che non accetta che il 50% delle donne nel mezzogiorno siano disoccupate; che non accetta che le lavoratrici abbiano un salario inferiore a quello dei colleghi uomini anche in caso di stessa mansione svolta; che non accetta che al loro curriculum venga anteposta una questione di “genere” che le relega alla sola immagine di possibili madri e dunque zavorre per le aziende. L’Italia che ci piace è quella in cui la disoccupazione giovanile è molto al disotto degli attuali indici; in cui le agevolazioni per le assunzioni a tempo indeterminato mirino a favorire l’inserimento dei trentenni nel mondo del lavoro; in cui vengono garantite forme di sostegno alle persone. È questo il Paese nel quale vogliamo vivere e lavorare, per il quale ci battiamo come associazione, come imprenditori, come persone.

 

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