17112018Headline:

Ogni maledetta domenica

La divisa ufficiale degli arbitri Aia

La divisa ufficiale degli arbitri Aia

Se fosse un film sarebbe “Ogni maledetta domenica”. Ma può andar bene anche “Bersaglio mobile”. Certo però la differenza lampante è che Al Pacino prima e Roger Moore poi (non in ordine cronologico, ma di citazione) finito di girare le rispettive pellicole se la sono spassata. Incassi record e portafogli gonfi. In questo caso invece l’attore protagonista – gli attori, in verità – se ne tornano a casa con una manciata di spicci. E senza manco un autografo di rito o una groupie infilata a forza nel camerino.

È la dura vita dell’arbitro provinciale. Solo contro tutti. Forse meglio a Viterbo che a Caltanissetta. Ma comunque avvezzo ad una carriera zeppa d’insidie e (quasi) priva di glorie. “Si scende in campo per passione – dice uno di loro, del quale eviteremo il nome per logici motivi – Per rimanere in forma. Perché per fare il calciatore non si ha più tempo. E per arrotondare”. Non certo per diventare ricchi, in sostanza. Poiché lo “stipendio” medio gira intorno ai duecento euro scarsi, elargiti in conto corrente ogni due, tre mesi. “Prendiamo trenta euro di fisso – prosegue – più il rimborso chilometrico. Se si arriva a Pescia Romana grosso modo si può parlare di una banconota da cinquanta più una da venti. Su Roma quindici euro in aggiunta”.
E a proposito di spostamenti, in un lembo di terra ampio come la Tuscia, se ne vedranno senza dubbio di tutti i colori. “Ci sono curve, se così le vogliamo definire, considerate calde – racconta ancora il fischietto locale – Onano e Arlena per citarne un paio. Ma anche capitali del tifo chiassoso e pulito. Vedi Tuscania. Poi lo sfottò fa parte del contratto, basta non cascarci. Lo stadio è la patria dello sfogo. Sta alla nostra intelligenza non farsi prendere dal panico e alzare le spalle quando è necessario”. Anche se poi di gente strana, per non dir cretina, se ne trova ovunque. “Mi dispiace dire che le uniche due volte che me la sono vista brutta è stato per colpa dei soliti genitori veneratori dei figli – rimarca – Uno addirittura mi attese all’uscita per picchiarmi con l’ombrello. L’esperienza insegna: a volte si fa finta di niente, in quel caso alzai la voce. Se ne andò con la coda tra le gambe. Ancora rido se ci penso”.
Ma che clima si respira all’Aia Viterbo (Associazione italiana arbitri)? “Siamo una famiglia.Con pochi figli, tanti nonni e qualche bimba, le ragazze arbitro. Questa professione, che poi è un hobby e una passione, non la vuol più intraprendere quasi nessuno. Capita anche di farsi due gare la settimana. Certo, servirebbe un po’ di ricambio, anche se poi ci dicono che Civitavecchia e Roma, dove hanno diversi giovanissimi, sono spesso criticate per inadeguatezza. Noi giriamo da una vita, qualcosa avremo anche imparato. Inoltre ci alleniamo insieme, facciamo cene e riunioni. Insomma in sede si sta bene”.
Magari l’unico problema è che frequentando sempre le stesse piazze si finisce per conoscere un po’ tutti. “Quando devi dare un rigore contro un amico non è facile – ci scherza – Ti pare quasi di trattarlo male. Al contrario però, se sbagli un fuorigioco o inverti una rimessa gli puoi sempre confessare che la cavolata capita a chiunque. E lui comprende”.
E poi arriva il triplice fischio. Con la stesura del “verbalino”, del referto, e la meritata doccia. Non sempre calda. “Sono uno fortunato – chiude – mi è capitata solo una volta l’acqua gelata. Una sensazione tremenda. Tant’è che ancora mi ricordo, stavo a Sutri. Mi venne incontro un dirigente con la testa bassa e ammise di essersi dimenticato di accendere lo scaldabagno. Errare è umano, non gli feci neppure la multa”.

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1 Commento

  1. Giorgio Molino scrive:

    L’arbitro? Il cornuto per antonomasia.

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