15122017Headline:

Il mito Maradona raccontato dai cimeli

Massimo Vignati tra i cimeli di Diego

Massimo Vignati tra i cimeli di Diego

Dov’è Diego? E’ ovunque ci sia un bambino che gioca con un pallone. Nei barrios – le villas, le chiamano – di Baires e nei vicoli di Napoli, d’accordo, ma anche qui intorno alla fontana dei Caduti, a piazza del Sacrario. Dove lo struscio del sabato pomeriggio mischia i giovani viterbesi a quelli domenicani, i filppini ai romeni: calzoni lucidi, creste puntute e scarpe fluo. Basta entrare nella ex chiesa degli Almadiani perché tutto cambi: ogni ragazzo è in trance, guarda e legge e vorrebbe toccare con mano (ma non si può, dicono i cartelli) e fotografa col cellulare e poi magari se ha ancora un pizzico di fantasia – se la Playstation non gli ha portato via anche quella – può persino immaginare che Diego sia lì, al centro della chiesa, a palleggiare e palleggiare e palleggiare e palleggiare ancora.
Diego Armando Maradona è arrivato a Viterbo. Cioè, non lui, ma il suo museo itinerante, e insieme sono arrivati cimeli, immagini, documenti e ricordi di una carriera leggendaria. Li ha portati Massimo Vignati, napoletano doc e figlio di quel Saverio Silvio che per trent’anni è stato il custode dello stadio San Paolo. Come se non bastasse, la mamma signora Lucia è stata la tata di Diego, quella che lo accudiva nel suo periodo napoletano, nell’appartamento di via Scipione Capece, a Posillipo. Una famiglia azzurra fino al midollo, tendenza maradoniana. “Tutto quello che vedete qui – dice Massimo Vignati – è materiale regalato personalmente da Diego, niente è stato acquistato. Siamo stati a Torino, presto andremo a Ostia, a Rimini e in altri posti in giro per l’Italia”. Per divulgare il verbo del profeta di Lanùs, d’accordo, ma anche per raccogliere fondi (l’ingresso è gratuito, ma si accettano offerte) per i bambini dell’ospedale Posillipo di Napoli e, qui a Viterbo, per gli ospiti di Pediatria a Belcolle. Onore perciò ai ragazzi del Napoli club Viterbo che sono riusciti a organizzare la tappa nella Tuscia, e che adesso se ne stanno qui, sciarpa al collo e giubbotti griffati “Odio la Juve”, a godersi lo spettacolo.
Un passo dentro gli Almadiani e cominciano i brividi. La maglia dell’Argentina, indovinate con quel numero, firmata da Maradona in persona. E poi altre maglie antiche, fatte di lana grezza e mica plasticose come quelle di oggi, e con sponsor che profumano di un calcio che non c’è più: Buitoni, Mars, Nr. Tutte autografate dal Divino Sgorbio, come lo chiamava Gianni Brera.
Più giù, verso il fondo, dove le maglie sono stese su un filo sospeso, come si fa coi panni puliti nei bassi dei Quartieri spagnoli, o di Forcella. Ecco la copia del contratto che trasferì, anno del Signore 1984, Diego dal Barcellona – dove un terzinaccio cattivo dal nome basco impronunciabile gli aveva spaccato una gamba – al Napoli. C’è la firma di Totonno Juliano, che fece fare al presidente Ferlaino l’affare del millennio, e che con quell’inchiostro tutto sommato cambiò la storia del Napoli, di Napoli e di milioni di napoletani nel mondo.

Una famiglia in visita agli Almadiani

Una famiglia in visita agli Almadiani

Esagerato? Certo, ma è il personaggio che lo pretende. C’è la caffettiera col corno rosso e c’è il Ciao, l’orribile mascotte di Italia 90, che Pelé regalò a Maradona, il dono del più grande di sempre al più geniale di sempre. Ancora: le Puma usate da El Diez per l’addio al calcio di Ciro Ferrara, la maglia della finale Uefa vinta con lo Stoccarda (primo e tutt’ora unico trofeo europeo conquistato dagli Azzurri), la romanticissima camiseta del Barcellona. Roba da perderci la testa, insieme alle prime pagine dei giornali che raccontavano i trionfi maradoniani, alle foto, agli autografi raccolti da quelli del Napoli club nostrano. E su un piedistallo, come si compete ad re, ecco lo schermo dove passa la storia di Diego e soprattutto I gol. Da una parte, quasi nascosta, spunta pure la maglietta attuale del Napoli, la terza, di un verde militare che non piacerebbe neanche al generale Patton. E’ firmata da Higuain, l’argentino di oggi, ma se la filano in pochi. Con tutto il rispetto, Diego era tutta un’altra categoria, e quel calcio anni Ottanta era tutta un’altra cosa. D’altronde: cosa sarebbe il pallone senza un pizzico di nostalgia?

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1 Commento

  1. Giorgio Molino scrive:

    Equitalia metterà sotto sequestro le reliquie maradoniane?

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