23112017Headline:

Serve un welfare tutto nuovo

slot-machinesIncerto sui bisogni da coprire e carente di spesa pubblica da cui attingere, lo stato sociale langue: per farlo vivere è necessario agire in direzione di una trasformazione radicale. Aziendale, comunitario, mutualistico o privato, alle tante nuove forme di welfare non ha corrisposto la riforma dei pilastri del welfare statale. Eppure la famiglia non è più la stessa da almeno trent’anni: al nord single e unioni di fatto corrispondono alla maggioranza degli iscritti all’anagrafe, mentre il numero degli anziani che convive, perché con la sola pensione minima non si arriva alla metà del mese, aumenta esponenzialmente nel Paese. È gioco forza che se non si rafforzano le forme di gettito alternativo, la spesa pubblica, già paralizzata, finirà per spengersi.

Intervenire sul gioco d’azzardo, universo simile a un fagocitante mostro tentacolare dai contorni sfocati, è una delle prime strategie da attuare: mungere il settore è la più urgente tra le misure da assumere. Vigilare impedendone ai minorenni l’accesso e moltiplicando la tassazione dei 90 miliardi spesi da 15 milioni di famiglie conferirebbe all’erario 7 miliardi. Cifra quest’ultima che potrebbe essere destinata ad abbattere il cuneo fiscale per le aziende e ad aumentare le pensioni minime. Questo è solo uno degli esempi d’intervento necessari in direzione dell’agognato nuovo welfare. Al passo successivo, infatti, troviamo la patrimoniale sulle grandi ricchezze: una tantum sul 10% di famiglie detentrici del 50% della ricchezza italiana. Se è vero che è indispensabile che il grande Gatsby paghi più di quanto paga mastro Geppetto falegname, è tempo che ci si adegui. Ancora, è impellente la correzione della sanità pubblica: e allora, chi ha il mio reddito si paghi l’operazione alle tonsille e permetta a chi ha di meno di usufruire di un servizio sanitario gratuito, di qualità e decoroso.
Non dimentichiamo poi le lobby. Bisogna usare il pugno duro in tal senso, riducendo le pensioni d’oro, gli stipendi dei manager e, più in generale, regolamentando rigidamente i gruppi di influenti portatori di interesse. Si potrebbe iniziare con una telefonata al presidente dell’Inps, pluridecorato come il generale Ike: mentre l’ultimo vinse la guerra più sanguinosa della storia, il nostro ingaggia quotidianamente una titanica lotta spazio-temporale per sedere in 24 consigli di amministrazione ben retribuiti. Quanto alla materia stipendio, non impossibile né infattibile fissare un “reddito massimo consentito”: una retribuzione che non superi il multiplo di 12 rispetto alla paga più bassa (sulla quale bisognerebbe intavolare un discorso a parte). Le differenze di retribuzione, se giustificate, sono sacrosante. Ancor meglio sarebbe se le queste differenze avessero un tetto massimo e se nascessero, ovviamente, dal merito, rivelandosi così un vantaggio per le aziende e per i dipendenti più svantaggiati. In altre parole, i frutti non possono e devono essere dividenti per soli azionisti ma devono tornare utili anche per i più sfavoriti.
Ancora una volta la filosofia di vita e d’intervento delle associazioni riveste un ruolo d’importanza cardinale, indicando una strada percorribile nell’attuazione di questi intenti innovatori. Bisogna adottare una forma mentis che sia interamente basata sull’assistenzialismo e sulla sussidiarietà per riuscire a segnare un sentiero che porti davvero ad un nuovo welfare italiano. Noi di Confartigianato abbiamo a cuore il destino dei nostri imprenditori tanto da comprendere l’importanza di mettere all’ordine del giorno questioni quali la lotta al gioco d’azzardo, alle pensioni d’oro e agli stipendi poco virtuosi dei manager pubblici.

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