24112017Headline:

Altre 24 ore: ma quanto è buono Meroi

Il presidente Marcello Meroi

Il presidente Marcello Meroi

Ci mancava solo questo: il penultimatum. Un’astuta variante dell’ultimatum, escogitata dal presidente della Provincia Marcello Meroi (a proposito: che fine hanno fatto “the balls of steel”?) e – c’è da scommetterci – presto imitata da tutti quegli amministratori pubblici che non vogliono arrendersi all’evidenza, che non vogliono proprio staccarsi dalla poltrona, che non intendono rinunciare al gusto boia del potere, sia pure quello sgasato che concede oggi un ente-panda – cioè in estinzione – come la Provincia.
ALLUNGARE LA MINESTRA Già il nome spiega un sacco di cose: se è vero che l’ultimatum è definitivo, categorico, monolitico, il penultimatum è una scadenza vaga, conciliante, morbida. Tipo: “questo treno dovrebbe partire alle otto e mezza, ma poi vediamo”. Allo stesso modo il buon Meroi ieri mattina, ha utilizzato la conferenza stampa convocata a palazzo Gentili per allungare ancora un po’ quel minestrone insipido della crisi in Provincia. Tutti aspettavano rivelazioni clamorose, alle undici e mezza della mattina: uno spariglio netto, via tutti gli assessori, via il guinzaglio che gli aveva messo la maggioranza, e largo ad una giunta nuova, composta da tecnici slegati dai partiti, un’audace banda di cani sciolti con la quale andare in consiglio a racimolare i voti necessari per andare avanti. Sarebbe stata una mossa estrema, ma geniale, a metà tra futurismo dannunziano e vecchie regole della politica americana. Quelle che suggeriscono “when in trouble, go big”, quando sei nei casini, pensa in grande, stupisci. E invece.
ALTRE 24 ORE E invece Meroi, voce delle gravi occasioni, faccia tirata (e non solo perché la sua Inter aveva preso tre pere dalla Juve la sera precedente), ha saputo partorire soltanto il penultimatum di cui sopra. Ha detto che “l’ora delle decisioni irrevocabili” poteva aspettare. Ha concesso magnanimamente altre 24 – abbondanti – ore di tempo alla maggioranza per accettare la sua proposta di soluzione dell’impasse. E ha utilizzato la stampa convocata per formalizzare la proposta presidenziale, come se nel suo ufficio non ci fossero né telefoni né piccioni viaggiatori, come se negli ultimi venti giorni di decantazione non ci fosse stato tempo né modi per far sapere ai partiti cosa chiedeva il presidente.
QUATTRO O CINQUE Così ha aperto il microfono, e ha fatto la sua ultima-offerta-ultima (almeno fino alla prossima ultima offerta): “Mi hanno accusato di non aver presentato una proposta ufficiale per porre rimedio allo stallo, per accogliere i desiderata della maggioranza, che in modi e toni diversi chiedeva da tempo una revisione della spesa. Approfitto della presenza dei giornalisti per farla ora, a scanso di equivoci – ha scandito il presidente – Per me può andare bene una giunta a quattro, aumentabile a cinque. Stop. Entro martedì sera pretendo che questa idea sia condivisa almeno da dodici consiglieri, altrimenti basta, non sono disponibile a continuare con il teatrino”. Bene, cioè male: nel senso che questa era un’ipotesi su cui i partiti avevano lavorato invano, senza trovare mai uno straccio d’accordo. Difficile che i toni “perentori” (si fa per dire) del presidente possano cambiare qualcosa in appena 24 ore. Senza contare poi che si scatenerebbe un’altra cagnara sui nomi: chi uscirebbe? Chi si salverebbe? Molti vogliono la testa di Fracassini, per esempio, l’incolpevole esterno in quota Fratelli d’Italia. E l’Udc? Chi butterà giù dalla torre tra Danti e Vita?
GIUNTA TECNICA Comunque, Meroi contempla anche l’eventualità che non si trovi l’accordo. E allora minaccia quello che già aveva minacciato: “Se non dovessi trovare risposte, già mercoledì comunicherò i nomi dei tecnici che faranno parte della nuova giunta”. Che potrebbero essere esterni (qualcuno già preso in considerazione per la squadra originaria, tre anni fa) oppure i dirigenti dei vari assessorati, in una sorta di promozione interna che potrebbe riscuotere pure qualche gradimento da parte della minoranza. “Ma se in consiglio non ci saranno i voti, be’, allora arrivederci e grazie”, ha concluso Meroi, per un attimo ritirando fuori quelle “palle d’acciaio” che forse troppo in fretta il magnanimo Post gli aveva attribuito.
PARTITI MORTI Questo il penultimatum di Marcellino. Che pure nella conferenza stampa ha trovato modo per prendersi le sue responsabilità (“Il presidente dovrebbe essere quello che risolve le situazioni: non è stato possibile”), di sprizzare senno del poi (“Mi sarei dovuto dimettere un anno fa, chissà, forse avremmo trovato una via d’uscita”) e di prendersela col sistema, leggendo un fondo di Angelo Panebianco (“Fare gli amministratori oggi non è facile”). E di sparare bordate al sistema dei partiti sul territorio, lui che ormai è libero da vincoli di bandiera: “In questi venti giorni nel limbo non ho ricevuto segnali da nessuno. Forza Italia? Qui neanche è rappresentata, e non so più nemmeno chi sia il referente locale. Del resto, pure il Nuovo Centrodestra non mi pare abbia pensato a dotarsi di un’organizzazione sul territorio. E in Comune la situazione è molto simile, seppure con colori diversi. La verità è che i partiti sono scomparsi, la rappresentanza è passata ad altri soggetti”. Che in fondo ormai rappresentano solo sé stessi e piccolissimi potentati di paese o di zona. La conclusione è amara: “Già, i partiti di una volta non avrebbero mai consentito scene come queste”, dice Meroi. Ma forse non avrebbero neanche consentito di mandare un Meroi solo, a offrire una proroga della proroga della proroga alla sua maggioranza. A mezzo stampa.

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1 Commento

  1. Giorgio Molino scrive:

    Qui le palle il Sor Marcello in carriera (finita o quasi) le ha rotte solo a noi cittadini.

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