26092017Headline:

Il futuro dell’Inps? Sarà stabile se…

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La sede Inps di Viterbo

In primissima battuta è bene ricordarci che il nostro sistema previdenziale è a ripartizione, il che significa che lavoratori e contribuenti attivi pagano le prestazioni pensionistiche a quanti sono in pensione. Non solo, in Italia il rapporto lavoratori attivi\pensionati è bassissimo – basti considerare che tale rapporto per i lavoratori artigiani e di 1,12. Esaminare il quadro d’insieme della situazione italiana significa innanzitutto riflettere sul fatto che la situazione economica contingente influenza l’occupazione e i livelli di reddito dai quali si trae la contribuzione previdenziale. Un quinquennio di crisi pressante che ha portato ad un tasso di disoccupazione senza precedenti, non può che intaccare e incrinare un sistema previdenziale come il nostro.

Stando al bilancio sociale 2013 dell’Inps, strumento indispensabile all’Istituto per esprimere il riconoscimento della dimensione sociale dell’attività delle aziende, sia private che pubbliche, presentato il 5 dicembre dello scorso anno, emergono alcuni aspetti critici che confermano gli effetti drammatici della crisi. Iniziamo da un dato del quale purtroppo si ha più cognizione: dal 2008 al 2012 le famiglie italiane hanno visto ridursi il proprio potere d’acquisto del 9,4% (solo dal 2011 al 2012 il calo è stato del 4,9%). Nel 2012 oltre 4 milioni di persone hanno usufruito di provvedimenti di sostegno al reddito: non stupisce che la spesa sia aumentata, registrando un +19% rispetto all’anno prima. In modo particolare è aumentata la spesa per la disoccupazione con oltre 2 miliardi in più rispetto al 2011. Quest’ultimo dato non sorprende affatto se analizzato alla luce di un altro indice fondamentale: quello occupazionale. È gioco forza che aumenti la spesa degli ammortizzatori sociali se nello stesso anno di riferimento (2012) i lavoratori dipendenti nel settore privato si sono ridotti di 48.888 unità, i lavoratori pubblici di 129.515 unità, i lavoratori autonomi di 13.817 unità e i parasubordinati di 22.167 unità. Non solo, è bene sottolineare che nel pubblico si è accentuata la tendenza, già presente nel privato, alla diminuzione dei dipendenti con meno di 30 anni.

Il progressivo invecchiamento dei lavoratori inevitabilmente riporta l’attenzione sull’altra categoria fortemente penalizzata nell’ultimo quinquennio: i pensionati. Dal Bilancio sociale in esame, infatti, emerge una situazione di disparità all’interno della categoria ingiustificabile: se gli ex dipendenti pubblici hanno una pensione media di 22.406 euro all’anno, per gli ex privati si riduce a 11.550 euro, mentre per gli artigiani è pari a 7.000 euro e per i collaboratori diretti addirittura a 3.800 euro.
Certo, sulla base di un tale prospetto è difficile immaginare un futuro solido. «Eppure – prosegue il direttore di Confartigianato – malgrado le fosche tinte del quadro appena esposto, il nostro sistema previdenziale ha subito rilevanti modifiche negli ultimi vent’anni, tali da prefigurare una prospettiva sufficientemente tranquillizzante da qui a quando gli effetti delle riforme si faranno sentire in modo completo». Una volta superata l’attuale fase critica, dunque, il nostro sistema sarà finanziariamente stabile nel futuro a patto che si soddisfino alcune condizioni. A condizione cioè che, una volta fuori dalla spirale negativa, non si verifichino condizioni drammatiche nell’economia italiana; che non si verifichino trasformazioni sconvolgenti nel mercato del lavoro e dell’occupazione; che le dinamiche demografiche non peggiorino; che il prelievo contributivo e fiscale non comprometta crescita e occupazione e che non si immettano ulteriori iniquità nel sistema.

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2   Commenti

  1. Leo Viterbium scrive:

    I crudi numeri stanno lì a dimostrare quanto sia dissennata e iniqua ogni politica che penalizza e svaluta le famiglie, e che ostacola (sia economicamente sia culturalmente) la generazione e l’educazione dei figli, i quali dovrebbero mantenere i padri e i nonni, e non esserne mantenuti come oggi prevalentemente succede.

  2. Giorgio Molino scrive:

    E non ci sono più neanche le mezze stagioni.

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