24112017Headline:

Istinto, rapidità, forza: Polani indiano del gol

Polani esulta sotto la pioggia dopo il gol al Fonte Nuova

Polani esulta sotto la pioggia dopo il gol al Fonte Nuova

Il suo nome è Enrico, ma non è un sovrano inglese né un segretario del Pci italiano. Di cognome invece fa Polani, che appoggia bene, suggerisce ali spiegate di un rapace che piomba sulla preda e se la porta via. E in fondo, Enrico Polani ha scelto proprio questo mestiere, sebbene non frequenti pascoli alpini o foreste vergini. No, lui piuttosto è un cacciatore indiano. Quelli vecchi – perché a 34 anni nel calcio si è vecchi – e rugosi, cicatrici dappertutto, visibili o non, tatuaggi e collane e denti di puma e corni di bisonte. Caccia tra l’erba bassa dei campi, a cavallo della riga bianca dell’area di rigore. E’ capace di starsene acquattato per giorni, in mezzo a quel verde: senza fare rumore, senza mangiare, soltanto ascoltando i rumori del nemico, e le sue mosse. Poi, quando capisce che è il momento d’agire, agisce: una zampata, un colpo di testa, una mossa secca e letale. Il pallone è in rete, 1-0 per noi.
Ne ha fatti due domenica scorsa, Monterotondo-Viterbese 0-2, doppietta di Polani. Un gol dopo appena tre minuti, quando gli altri ventuno in campo ancora pensavano al da farsi e lui invece aveva visto che già si poteva colpire. Un altro nella ripresa, per chiudere il discorso e riprendere la strada di casa, con la preda morta sulle spalle e una moglie che l’avrebbe cucinata nel modo migliore.
Un altro gol in campionato, tre nella bastardissima coppa, ed ecco che il ritorno a Viterbo di questo attaccante atipicamente letale si sta rivelando un ottimo affare per i gialloblu. Che in Polani hanno creduto tre mesi fa, quando sembrava soltanto un bomber ingrassato, sul viale del tramonto, finito a San Severo, nella Foggia mica scintillante di Zema Recchia di Gomma, a scroccare gli ultimi euri di una carriera comunque niente male. Solo che a San Severo i soldi poi non arrivavano, e alla chiamata della Viterbese Enrico disse subito sì. Perché qui, tra l’erba vecchia del vecchio Rocchi, Polani era già risorto una volta.
Stagione 2004-05, c’era una volta il Viterbo calcio. Ma sì, quella scialuppa di salvataggio che consentì al pallone cittadino – attraverso il lodo Petrucci e il momentaneo cambio di denominazione – di avere un futuro dopo le illusioni e il fallimento della Us Viterbese. Polani arrivò, 24enne, insieme ad un’accozzaglia di giocatori provenienti da tutta Italia, che non avevano neanche maglie con cui allenarsi e certezza del futuro della squadra. Lui era una scommessa personale dell’allenatore Carlo Susini, che lo aveva visto prima alla Lodigiani (la formidabile fucina romana di talenti) e poi al Latina e che era convinto di poterlo rilanciare qui, tra tanti compagni in cerca d’autore e un gruppo che, tutto sommato, non aveva niente da perdere. Andò esattamente così: Viterbese salva ai playout, Polani che segna 19 gol in campionato e altri due agli spareggi, ma che soprattutto incanta nel tridente col giovane testa matta Perrulli e il genio a intermittenza Giovanni Cipolla. Già, quel Cipolla con cui farà coppia fissa anche l’anno successivo a Grosseto, rapito da Camilli che allora aveva grandi progetti per il Grifo maremmano.
Polani inizia così un lungo tour nel calcio della serie C che poi diventerà Lega Pro, nell’Italia dei campanili e dei campi infuocati: Benevento e Cosenza, Potenza e Pro Vercelli, ancora Latina, dove era esploso nel 2003, e poi Salerno (ancora con Susini, direttore generale) e Aversa e poi San Severo, prima del ritorno a casa.
E’ un tipo tranquillo, Polani. Sa stare al suo posto, quando è stimolato è il più professionista di tutti, anche se adora la porchetta di Bagnaia, che il compianto tifoso Graziano non gli faceva mai mancare al termine di una partita. Ma quando si sdraia tra l’erba, controvento per non farsi scovare, e aspetta il momento giusto è meglio stargli lontano. Se non è gol, è gol.

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