20092017Headline:

Ferrero, c’è aria di delocalizzazione

Mauro Pacifici

Mauro Pacifici

Attenzione. Perché a breve nei supermercati sulle famose barrette Kinder potremmo non trovar più quel sorridente bambino pseudo-italiano (è mezzo crucco, non si discute). Al suo posto infatti ci sarà stampato (col condizionale d’obbligo) un pari età proveniente dai paesi dell’est. Ora, tralasciando sciocchi fenomeno di basso razzismo, il punto è un altro: la Ferrero (dentro la quale ci sta proprio la Kinder) si è appena comperata mille ettari di terreno in Serbia. Laddove si pianteranno nocciole, si produrrà e si confezionerà. Una manovra, quella dell’industria dolciaria, sviluppatasi sotto il nome di investimento. E fin qui nulla di male. Quando un’azienda cresce e addirittura esporta è segno che ogni cosa gira a dovere. Tant’è che pure la Farnesina si è congratulata, attraverso le parole di Valensise: “Le nostre imprese hanno bisogno di guardare sempre di più fuori dalle frontiere. Siamo un paese che esporta, crea, investe, e quindi il nostro mercato più naturale è il mondo”. Applauso.

Il confine però tra l’investimento e la delocalizzazione è assai sottile. La possibilità di espatriare rappresenta sovente la scappatoia per andare a produrre fuori. Con costi minori, burocrazia snella, controlli leggeri e incassi importanti. A pieno discapito di chi rimane nello Stivale. O meglio. Di chi rimane disoccupato nello Stivale.

“C’è preoccupazione – confessa il presidente Coldiretti Mauro Pacifici – Se siamo noi i primi ad andarcene, chi vorrà più venire a spendere qua? Ok la delocalizzazione, ma conteniamola. Tentiamo di aiutare chi rimane semmai. Non si può applaudire chi parte. È anomalo nonché pericoloso”.

E finché i tragici eventi toccano parenti lontani i guai sembrano relativi. Quando però si pensa che appena un anno fa la Ferrero è entrata in grande stile nel medesimo settore, sponda Caprarola, a qualcuno le gambe cominciano a tremare. “Da noi al momento non cambia nulla – prosegue Pacifici – ma occhi aperti e vigili. Comunque andranno le cose in futuro ci impegneremo a spingere e valorizzare un prodotto locale unico”.

Insomma, il rischio c’è ma (ad oggi) non si vede. “In quanto a qualità e controlli non siamo secondi a nessuno – stavolta parla il direttore Andrea Renna – Lavoriamo per contenere il fenomeno, e soprattutto per non trovarci poi sulla tavola roba estera peggiore di quella che abbiamo nell’orto di casa”.

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2   Commenti

  1. Giorgio Molino scrive:

    Marketta koldiretta di un certo spessore politico-economico.

  2. Luigi Tozzi scrive:

    La Coldiretti è come il WWF. Tutela gli agricoltori in via d’estinzione. Provate a convincere gli agricoltori a fare nocciole bio e differenziare il prodotto.

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