23072017Headline:

Quei playground viterbesi dimenticati

Un tabellone a LA Quercia, ma senza canestro

Un tabellone a La Quercia, ma senza canestro

Una città senza campi è una città senza futuro, almeno sportivo. Chi i campi ce li avrebbe pure, ma preferisce dimenticarseli, chiuderli o lasciarli morire, che razza di città è? Vale la pena porsi la domanda in questo brevissimo viaggio tra i playground – così si chiamano i campi da basket di strada – abbandonati di Viterbo. Un cimitero di sogni, una fabbrica di rimpianti, un’ombra che s’allunga sulla cultura sportiva (e non solo sportiva) del luogo e dei suoi amministratori.
Prima tappa, La Quercia. Nel bel mezzo di Campo Graziano, il bel parco pubblico ai margini della frazione, c’è un playground a suo modo storico. E’ di cemento, ben fatto, le linee di delimitazione laterale e di tiro sono perfette. Intorno c’è il verde, i giochi per i bambini, il campo di bocce. Un ampio parcheggio. Le abitazioni sono lontane. Sarebbe il posto ideale per giocare a basket, per dare vita a quelle interminabili partite di bambini – quelle che finiscono solo quando la mamma chiama e avverte (minaccia) che la cena è pronta. Tutto perfetto, anche i tabelloni, sostenuti da solidi pali. Ma a ben guardare, ecco l’assurdità, ecco cosa manca: mancano i canestri. I ferri e le relative retìne. Senza di questi è impossibile giocare a basket, perché qui non funziona come il calcio, dove bastano due zaini buttati a terra per creare una porta da centrare o da difendere, a seconda dei ruoli. No, senza canestri non si può fare pallacanestro. E allora questi tabelloni – perfetti, ripetiamo – diventano un paradosso: braccia tese senza mani, gru verso il cielo senza niente da trasportare, alberi senza chioma di foglie.

L'assurdo regolamento della "circoscrizione"

L’assurdo regolamento della “circoscrizione”

A dire il vero, in molti hanno provato a rimettere a posto la cosa. I frequentatori abituali di Campo Graziano, quelli fissati col basket, gli aficionados delle partite infinite nelle lunghe sere d’estate, hanno scritto più volte al Comune, in epoche diverse. “Rimettete i canestri – chiedevano – magari anche senza retìne, solo coi ferri, all’americana. Ci basta anche questo per poter giocare”. Qualche tentativo, nessun risultato: oggi il campo è ancora mutilato, e dunque inutilizzabile. Niente cesti, niente sfide. Ci sono solo quattro cartelli, firmati dalla “Settima circoscrizione”, che fissano il regolamento per utilizzare l’impianto, e che ammoniscono infine: “I trasgressori saranno puniti a norma di legge”. Così dovevano essere gli avvisi a Berlino nel 1939: minacciosi e inutili, in una città dove nessuno aveva la più pallida voglia di divertirsi.

L'ingresso abbandonato dei campi dell'Ellera

L’ingresso abbandonato dei campi dell’Ellera

Qualche chilometro più giù, quartiere Ellera. Tra l’edilizia popolare della Capretta e quella piccolo borghese di via Carlo Alberto Dalla Chiesa, c’è un altro playground, anzi c’era. Due campi, recintati e ripuliti all’epoca e affidati alla gestione del Santa Rosa Basket. Era un gioiellino, un’isola di sport, di pace e di divertimento nel cuore di una zona spesso difficile, dove i genitori tendevano a non lasciare i propri figli da soli per strada. Lì nei campetti, invece, si poteva stare tranquilli. Oggi è tutto chiuso. L’entrata principale è sbarrata da un cancello: oltre, là dove c’era il parcheggio, ora cresce altissima l’erba. Impossibile verificare le condizioni dei due campetti: occorre fare il giro dalla Capretta per arrivare il più vicino possibile. Eccoci. Carcasse di scooter abbandonati, indecifrabili gereoglifici spray sui muri e, oltre la rete, i campi: vuoti, scoloriti, tristi. In  mezzo, alcune panche e tavolini, vestigia di qualche cena estiva dei bei tempi passati. I canestri ci sarebbero ancora, ma l’impressione è che l’ultimo pallone sia rimbalzato da queste parti prima della guerra termonucleare. Eppure, basterebbero pochi interventi mirati, senza troppe spese, per rimettere tutto in sesto. La domanda è: a chi compete? Al Comune, oppure alla società che l’aveva in gestione? E semmai, a palazzo dei Priori sanno in quali condizioni è ridotto l’impianto? Qualcuno si è mai avventurato quaggiù?

I campi del'Ellera visti dalla Capretta

I campi del’Ellera visti dalla Capretta

Domande. E altre ancora, che vengono in mentre. Quando si dice che “mancano gli impianti sportivi”, spesso si fa solo demagogia. I campi ci sarebbero, solo che vengono lasciati alla deriva. Non c’è alcuna intenzione di farli vivere, di aprirli alla città o alle realtà serie (anche di quartiere, anche giovanili) che potrebbero gestirli in modo sano e intelligente. Qui, su questi tempi, si sono fatti le ossa tanti giocatori veri. Sì, perché non succede solo nei celebri playground americani, quelli di Donwtown Los Angeles, o di Harlem. Anche nei piccoli rettangoli viterbesi si sono formati cestisti veri, da Marco Tirelli a Federico Zena fino al talento del futuro, Andrea La Torre.
Oggi, invece, questi campi sono vuoti. Basta chiudere gli occhi e tendere l’orecchio per ascoltare ancora quei “passa”, “tira”, “fallo” che una volta certificavano la vitalità del posto, dei suoi frequentatori e forse anche dello sport viterbese in generale.

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1 Commento

  1. Giorgio Molino scrive:

    Due campi da basket abbandonati? Presto al loro posto sorgeranno delle belle (si fa per dire) palazzine, non dubitate.

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