27062017Headline:

Tuscia, la ripresa non abita qui

Giuseppe Crea (Federlazio)

Giuseppe Crea (Federlazio)

Scorrendo i numeri dell’ultimo report Federlazio c’è da cadere in depressione anche se sei anni ininterrotti di crisi dovrebbero aver già fatto piazza pulita di tante illusioni. La fotografia sugli ultimi sei mesi del 2013, cioè il bilancio della fine dello scorso anno, è praticamente tutto in negativo. Pochi e poco incoraggianti i bagliori di luce. I pur flebili lampi di ripresa che avevano illuminato il primo scorcio dello scorso anno sono stati cancellati dai risultati del secondo. Encefalogramma quasi piatto per le piccole e medie imprese viterbesi che comunque restano in vita (sono 33.808 secondo l’ultima anagrafe). E certo non può essere una consolazione sapere che l’economia delle altre province laziali non va meglio. La Tuscia resta sempre e saldamente al quarto posto, davanti solo alla Sabina.
Il tasso di crescita delle imprese viterbesi è praticamente da prefisso telefonico: +0,15. L’export, che pure aveva tenuto negli anni precedenti, tira sempre di meno e non è compensato dal modesto aumento del portafoglio ordini interni. Il tasso di occupazione regge, ma grazie quasi esclusivamente al ricorso degli ammortizzatori sociali. In altre parole, se l’esercito dei senza lavoro non si è ingrossato a dismisura è perché è intervenuta la cassa integrazione nelle sua varie tipologie (ordinaria, straordinaria, in deroga) a preservare i posti. Ma, evidentemente, i fondi si stanno esaurendo e lo Stato non potrà più garantire coperture salariali a tempo indeterminato. Si spiega così il -31,5% di ricorso alla cig tra il luglio e il dicembre del 2013: ci sono meno richieste perché ci sono meno soldi pubblici a disposizione. «Prova ne sia – spiega il direttore di Federlazio, Giuseppe Crea – che alcune domande di cassa in deroga, databili a novembre dello scorso anno, non sono state ancora soddisfatte». La produzione resta stabile, così come gli ordinativi e l’export. Il problema maggiore per gli imprenditori è il ritardo nei pagamenti dei clienti privati (32,2%), poi l’insufficienza della domanda (28,8%), al terzo posto (13%) i mancati pagamenti della pubblica amministrazione. Infine la scarsa erogazione di crediti da parte delle banche (7,2%). La pressione fiscale risulta il «nemico» più duro da affrontare per il 31,2%, ma anche il peso della burocrazia diventa sempre più opprimente (22,6%).
Uno scenario che, ovviamente, non induce all’ottimismo. Tanto è vero per un’azienda su quattro l’opzione principale resta quella di ricorrere al taglio dei costi di gestione. Quella della riduzione del personale è una ipotesi presa in considerazione dal 9,7% degli imprenditori (nel primo semestre 2013 era a quota 16,3%). Il pessimismo è testimoniato dalle previsioni degli stessi imprenditori: per il 61,5% «non si intravede alcuna luce»; per il 27,4% «la luce si incomincia, invece, a vedere»; per l’11,1% «il peggio deve ancora venire».

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1 Commento

  1. Giorgio Molino scrive:

    E le mezze stagioni?

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