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Ci vediamo da Madonna Cornelia

Davide Ghaleb

Davide Ghaleb

Davide Ghaleb editore e la Banda del racconto promuovono oggi, 6 aprile, la passeggiata/racconto “Ci vediamo da Madonna Cornelia” nel dimenticato insediamento di Ponte dell’Elce (XII-XVI secolo) di e con Antonello Ricci,  “pillole” storico-artistiche di Marilisa Biscione e Giuseppe Romagnoli, con la partecipazione di Pietro Benedetti. collaborazione con Museo della Città e del Territorio e Paper Moon, agenzia viaggi e T.O.

“In origine – spiega Ricci – fu una casa-torre fortificata con funzioni di presidio militare sul fosso Roncone. Poi, nel tardo Cinquecento, l’area fu acquistata da Madonna Cornelia Nini, per farne un delizioso giardino che svela a colpo d’occhio i suoi immediati (e più nobili) modelli architettonico-scultorei: i giganti di peperino del Sacro Bosco di Vicino Orsini a Bomarzo; le grottesche “bamboccianti” di Papacqua a Soriano; il tripudio di fontane e giochi d’acqua del Cardinal Gambara a Villa Lante di Bagnaia. Infine piovve nelle mani di un’altra donna dal piglio straordinario, Olimpia Maidalchini (cognata di Innocenzo X Pamphilj) , rimasta vedova di Paolo Nini”.

L’appuntamento è fissato alle ore 10 in strada Cassia Sud ai piedi dell’ufficio postale all’imbocco di Via Ferroni a Viterbo. Biglietto: acquisto di un libro a scelta dal catalogo dell’editore Ghaleb.

L’evento conferma il vecchio aforisma secondo il quale “niente è più inedito dell’edito”.

In effetti la giovane ricercatrice Marilisa Biscione aveva riversato l’esito dei suoi studi nei saggi “L’insediamento in località ponte dell’Elce: analisi del complesso architettonico medievale e rinascimentale» e «Contributo allo studio topografico del suburbio di Viterbo tra medioevo e prima età moderna: la valle del fosso Roncone», edito fin dal 2006 nella miscellanea Studi Vetrallesi 15 di Ghaleb editore 2006).

Andando a rileggere quelle accurate pagine si apprendono la nascita e sviluppo dell’immobile (XII-XIII secolo) all’interno di una tenuta che,  secondo il catasto Gregoriano del 1870, era di  proprietà della famiglia De Gentili, in contrada Madonna Cornelia. “Questo toponimo – rileva Biscione – è da motivarsi con l’importanza e il prestigio che assunse verso la fine del XVI secolo Donna Cornelia Nini De Valentibus, ricca e pia vedova viterbese che si trovò a gestire tutti i beni di famiglia, molti dei quali concentrati proprio su questo versante della città”.

Sul finire del XVI secolo la destinazione originaria del complesso viene ormai a decadere, lo si comincia a sfruttare come casino di villeggiatura o di caccia, con la creazione del giardino e delle fontane e l’aggiunta di decorazioni di un certo rilievo. “Si può immaginare lo spettacolo – annota ancora la studiosa – che doveva presentarsi a chi giungesse alla tenuta dalla strada: piante da frutto, zampilli d’acqua e coltivazioni varie. Il sentiero, che raggiunge la tenuta attraversando il ponte, conduceva al giardino, posto a nord del complesso; da qui una rampa di scale portava direttamente a una seconda gradinata fino alla porta d’ingresso originaria. Un altro sentierino passava invece tra la scultura del leone e la fontana e conduceva nella zona a est del casino di caccia”.

“L’intenzione di celebrare la città – conclude – è evidente anche nella scultura che raffigura il leone con lo stemma: già negli emblemi più antichi di Viterbo, infatti, è puntualmente raffigurata da tale belva, figura tradizionalmente riconducibile allo stesso a Ercole, per via del leggendario esemplare ucciso dal Nostro nella selva Nemea”.

“Nella fontana a nord del giardino, il chiaro riferimento a una divinità delle acque, o dei fiumi, rappresenta un modello largamente utilizzato nel ‘500 che ben si addice a un complesso in cui la risorsa idrica assume un ruolo assai rilevante. Anche qui: l’assenza di alcune delle caratteristiche tipiche del dio Tevere (la lupa con Romolo e Remo e la ghirlanda di fiori sul capo) lascia in dubbio sulla precisa intenzione di celebrare un fiume in particolare. L’assenza di tali simboli, così marcatamente dedicati alla potenza della città di Roma, può spiegarsi proprio con la intenzione di celebrare il Genius Loci viterbese”.

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