23072017Headline:

“Così i soldi vengono spesi male”

Filippo Rossi

Filippo Rossi

“E’ inutile commentare. Così i soldi vengono spesi male”. Questo è il lapidario telegramma di Filippo Rossi. Presidente del consiglio comunale viterbese. Ma soprattutto personaggio storicamente solito ad esternazione prive di ghirigori. Si parla di cultura, ok. Ma si parla anche di politica generale. Quella di un capoluogo che trova difficoltà nel decollare. Nel ripartire. O, peggio ancora, nel partire. Poiché ad oggi si era più abituati a voli pindarici che a decolli con applauso. E per conferma basta guardare indietro, anche di dieci anni. Per mirare il nulla. Zero.
“Si dovrebbe lavorare giocando sull’anticipo – tuona ancora il numero uno della lista civica Viva Viterbo – programmando con intelligenza. Un anno per l’altro. Ed invece si tende a fare troppo di corsa, con risultati che sono poi sotto agli occhi di ogni cittadino”.
Lo spunto della chiacchierata parte da un primo bilancio sulla stagione teatrale in corso. Quella invernale (che poi forse è più primaverile). Cinque date sono già in archivio. E nessuno meglio di Rossi sarebbe in grado di cominciare a tirar le somme. “Nemmeno ne voglio parlare – stoppa però lui stesso – per quanto detto sopra. E non ci fermiamo alla Cultura. Anzi, ringrazio Barelli per aver riportato gli spettacoli in centro. Pure se ora l’assessore non si occupa più di certe dinamiche. Il teatro Unione è un cantiere perennemente aperto. E quindi il San Leonardo, con tutte le problematiche che si trascina dietro, è risultato senza dubbio la scelta migliore. Il discorso però è più ampio, come dicevo. Mi domando se in Comune qualcuno stia già pensando al 2015. O meglio, giacché ci siamo, chi lavora su Ferento? È tardi, si rischia un altro buco nell’acqua”.
E in effetti i dati non è che gli diano proprio torto. Poiché a parte il (quasi) tutto esaurito per il Cyrano di Alessandro Preziosi (che non sarà Gassman, ma con quegli occhi azzurri cattura più pubblico lui che seguaci Gesù tra gli ulivi) le altre quattro serate non sono senza dubbio risultate esaltanti. A picchi di decenza si sono alternate affluenze leggerine (eufemismo). Per un prodotto globale che è costato più di sessantamila euro.
E forse proprio qui risiede il nocciolo della vicenda. L’amministrazione rischia (e il più delle volte ci riesce) di sperperare soldoni. Utili solo a edificare cattedrali nel deserto. La rapidità non voluta ma necessaria per stilare un programma aggiunge poi, o meglio toglie, altri possibili fruitori. Se infine ci si mette una campagna pubblicitaria che a chiamarla scarsa gli si fa un complimento, ecco che la frittata è sul tavolo. Bell’e servita. E nel frattempo da un lato le casse si svuotano. Dall’altro gli operatori del settori (poco importa che siano associazioni o privati) coltivano una sorta di odio-misto-incazzatura nei confronti di un sistema che, per ammissione dello stesso Rossi, non gira come potrebbe e dovrebbe.
Eppure all’ombra della Palanzana qualcosa di buono s’è pur visto. Lo stesso teatro Unione ha rappresentato a lungo il tempio delle cosiddette “date zero”. Ossia quelle in cui l’artista viene a due spicci per testare come poi andrà il tour (musicale, teatrale, e via dicendo) in location più ambite. Segno che le cose per bene (come direbbe il signor Locatelli) si possono fare. Purché dietro ci sia organizzazione. Programmazione. Logica. Testa.

La stessa che, volendo, dovrebbe controllare tra le altre cose la data di scadenza sugli estintori del San Leonardo. Qualcuno giurerebbe siano scaduti da un pezzo. Dettagli… Finché non s’infiamma la platea.

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