23062017Headline:

Lavorava per il Pd, licenziato dai Ds

Carmine Di Guido

Carmine Di Guido

D’accordo: Pd vorrà anche dire Partito Democratico ma a sentire certe storie viene da pensare che in realtà quella sigla sta per “Parto Difficile”, molto difficile. Perché solo così si può spiegare la situazione paradossale – e di certo non invidiabile – in cui si trova Carmine De Guido. Prima licenziato, poi reintegrato e adesso nel limbo. Tutta colpa della nascita del Pd (e così si spiega l’acronimo di cui sopra), tutta colpa della mancata fusione tra i due partiti, i Ds e la Margherita, che nel 2007 lo generarono, senza però congiungersi carnalmente. Un esempio di immacolata concezione, insomma. Ma andiamo con ordine e per raccontare la sua storia prendiamo in prestito brani l’articolo di Sergio Rizzo sul Corriere della Sera di lunedì.
Carmine De Guido, chi è costui? Quarantotto anni, dal 1993 funzionario di partito, prima Pds e poi Ds: a Roma, nella cattedrale laica di Botteghe oscure, e poi, dal 2006, trasferito a Taranto. Lui, cresciuto nella Sinistra giovanile tra i Fassina e gli Zingaretti. E viene da pensare ad una di quelle figure dei film di Nanni Moretti, o di Daniele Luchetti: burocrati che hanno consegnato la loro vita al partito, alla missione, di cui diventano alla fine la vera essenza, mentre i politici di primo piano spesso ci mettono solo la faccia.
“Guadagnavo 1300 euro al mese – ricorda lui al Corriere – anche se poi il mio stipendio si è mai interrotto da un giorno all’altro, senza che sia arrivata la lettera di licenziamento”. Fu una telefonata, nel febbraio 2012, di Ugo Sposetti, l’ex tesoriere dei Democratici di sinistra e senatore viterbese, a comunicargli la brutta notizia. A quel tempo, De Guido era formalmente dipendente della federazione tarantina dei Ds (“Anche se i soldi arrivavano da Roma”) ma lavorava di fatto per il Pd, pur non essendo mai stato contrattualizzato per il nuovo soggetto. Lavora nella sede democratica pugliese, nel 2009 addirittura gli danno l’incarico di seguire la campagna elettorale di Elena Paciotti, candidata alle Europee.

Ugo Sposetti

Ugo Sposetti

Nella telefonata, scrive Rizzo, Sposetti gli spiega che “Ds e Pd sono due soggetti e che il primo non può continuare a pagare gli stipendi per il secondo”. Un tesoriere è un amministratore delegato di un’azienda: deve avere pelo sullo stomaco, anche in momenti come questi, e qui Sposetti ne esce fuori un po’ come quei tagliatori di teste americani. Un duro lavoro, ma qualcuno dovrà pure farlo.
Questo a febbraio, quando lo stipendio s’interrompe. Ad agosto del 2012 De Guido, rimasto figlio di nessuno, incontra a Bari i tesorieri provinciali e regionali pd e quello nazionale Misiani. “Mi dicono che il mio problema sarà risolto. Lo stesso assicurano Fassina e Michele Emiliano. Ma alle rassicurazioni non seguono i fatti”, commenta amaro il funzionario di due partiti, non pagato più da nessuno dei due.
Ecco allora che De Guido decide di fare una causa di lavoro contro la federazione diessina di Taranto. Il giudice, a luglio 2013, gli dà ragione e ordina il suo reintegro, perché il licenziamento verbale (in questo caso telefonico) non è ammesso. Eppure non succede nulla, De Guido resta a bagnomaria, le sue lettere a Sposetti, D’Alema, Bersani, Fassina, Renzi e a mezzo Pd non ottengono risultati. Decide pure di rinunciare al reintegro deciso dal giudice, perché a quel punto potrebbe scattare un licenziamento regolare, e rischierebbe di perdere arretrati e liquidazione. E poi, chi lo dovrebbe reintegrare? I Ds, che non ci sono più, o il Pd, che pure gli aveva promesso di risolvere la situazione? E poi, va considerato pure che i partiti sono esentati dall’applicazione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, quello che dovrebbe tutelare i licenziati illegittimamente.
Fin qui la storia. Allucinante, perché può dimostrare che quando si pensa in grande, quando si plasma un nuovo, vasto partito, e per giunta progressista (o almeno così era stato concepito all’epoca), si può rischiare di dimenticare quelle persone che, dalla creazione di un mostro così grande, possono rimanere schiacciate. O, peggio ancora, come De Guido, un fantasma suo malgrado.

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