27062017Headline:

Pippo, odissea a quattro zampe

Pippo sul divano di casa

Pippo sul divano di casa

Questa è la storia di un cane, ma forse non solo di un cane. La racconta la signora Emilia Conoscitore, un’amica e mica una padrona, perché cani come Pippo non hanno padroni, hanno scelto di essere di tutti, nel bene e a volte anche nel male.
Siamo a Civita Castellana. Pippo è vecchio, ha 13 anni, e la storia di un anno suo che vale sette dei nostri fa capire meglio di quale anzianità stiamo parlando. E’ pure cieco da un occhio, Pippo, e con una zampa davanti che non funziona, colpa di un vecchio scontro con un’auto. Viveva in strada, questo cane, insieme a qualche gatto, in una rotonda dove qualche civitonico dal cuore grande gli ha messo anche una cuccetta. Tutti lo conoscono, Pippo, tutti lo lasciano tranquillo mentre gira per la città. Per i più piccoli è un compagno di giochi, per i più anziani spesso è una presenza amica, che fa compagnia. Lui è schivo, perché a vivere in strada si diventa schivi per forza: non si è lasciato curare allora, dopo quell’incidente, né si lascia accarezzare. Nessuno glielo ha mai rimproverato, nessuno s’era mai sognato di farlo portare via, magari in un canile. Tu non dai fastidio a me, io non dò fastidio a te, fratello.
Finché un giorno di fine inverno, Pippo non si vede più in giro. Rimane nella sua cuccetta di vetroresina, si vede che non sta bene. E qui entra in scena la signora Emilia, che abita proprio lì, e che si preoccupa. “Lo porto dal veterinario: flebo, antibiotici e quant’altro – racconta la signora – Non posso lasciare Pippo per strada se non sta bene, non posso rimetterlo sul territorio. Lo porto a casa mia e appena si riprende vuole tornare in strada, il suo regno”.
Già, perché Pippo dentro casa non sta mica bene. Ha vissuto una vita intera per la strada, inverno ed estate, con la pioggia e col vento forte, da solo o tra gli esseri umani. Ora, chiuso tra quattro mura, non è la stessa cosa: e allora comincia ad abbaiare, perché così fanno i cani. Ancora la signora Emilia: “I condomini, insensibili, si lamentano. Allora rimetto Pippo nella sua cuccia ma prima lo microchippo a nome mio, così non possono portarlo via….Perché mai dovrebbero: è rimasto 13 anni per strada e nessuno si è sognato di farlo accalappiare”. Il microchip: quell’affare piccolo come un chicco di riso che si infila dentro il cane con una siringa e che serve per identificarlo – contiene i dati del padrone – in caso di smarrimento o furto. Una questione di civiltà, utile, indolore e obbligatorio per legge. Da adesso Pippo “appartiene” alla signora Conoscitore, almeno in senso formale, perché alla fine non appartiene a nessuno, se non a sé stesso.
Siamo al 1 aprile, quando qualcuno chiama i carabinieri per far portare via quel cane randagio che randagio non è (i carabinieri, manco fosse un delinquente). “Io non ero in casa ma al mio ritorno, la sera stessa, la mia vicina mi racconta il fatto: i carabinieri, l’accalappiacani, l’estrazione dalla cuccia con violenza e forza…Un vero incubo – si sfoga la signora Emilia – Io so perfettamente che avendolo fatto microchippare a nome mio ne sono responsabile, ma le passeggiate di Pippo per le vie della sua città nessuno le poteva impedire, poi, di notte dormiva in casa….eppure lo hanno fatto: lo hanno portato via anche microchippato, senza darmi il tempo di intervenire”.
Pippo non c’è più, la signora Emilia è disperata. Passa la notte insonne e mercoledì va a cercarlo. La Asl, il canile, i soldi per riaverlo. “Ora è con me, a casa mia, ma io non ho un giardino e comunque non lo posso più rimettere per strada – spiega – Dovrò dargli dei tranquillanti per non farlo abbaiare nel condominio…ormai ha 13 anni”. E allora la signora Conoscitore si pone delle domande: come mai nessuno ha pensato ad una soluzione per Pippo, dal sindaco agli altri abitanti civitonici? Magari per farlo diventare cane di quartiere, uno status che lo avrebbe tenuto lontano da tutte le vicende poi verificatesi. “Invece – dice – si è aspettato che fosse microchippato a nome mio per accalappiarlo con le conseguenze stressanti per una povera bestiola, anziana, piena di acciacchi e di artrosi.Mi auguro che campi ancora molto, anche con i sedativi per cercare di non farlo abbaiare, ma non nascondo che sono rimasta scioccata dalla cattiveria gratuita di tutto un paese nei confronti di una povera bestioletta che non ha mai fatto del male ad una mosca”. Questo dice la signora Emilia. E il finale della storia di Pippo, cane buono di Civita Castellana, è un finale amaro.

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