30112022Headline:

Cambiare verso: iniziando dal Pd

Matteo Renzi

Matteo Renzi

Ce la farà? Cambierà veramente verso all’Italia? Ma soprattutto: gli italiani sono disposti a seguirlo in questo percorso?

La domanda, a meno di una settimana dal voto per le Europee, è tutt’altro che peregrina. Almeno da parte di chi, come il sottoscritto, ritiene che Matteo Renzi sia al momento l’unica speranza concreta per uscire da un pantano in cui l’Italia s’è infilata non da ieri (né da ieri l’altro), ma dal quale sembra sempre più complicato uscire.

Dopo un avvio scoppiettante infatti (va ricordato che l’ex sindaco fiorentino è a palazzo Chigi da circa due mesi), sembra che l’abbrivio di un esecutivo che voleva marciare a tutto gas si sia un poco appannato. Non tanto per l’azione (che appare sempre più sgangherata) degli avversari politici (Berlusconi e Grillo, in primis), quanto perché il Pd appare sempre più il solito Pd. Il vecchio Pd. Quello che ancora ricorda un centrosinistra che negli ultimi vent’anni ne ha combinate di tutti i colori, facendo in modo che Berlusconi, ma soprattutto il berlusconismo, avessero campo libero, senza mai proporre quell’alternativa valida (almeno nelle speranze della gente) che finalmente è arrivata.

Ce la farà? Chi vuole veramente cambiare questo Paese incrocia le dita. Ma purtroppo sono tanti coloro che le incrociano perché tutto resti com’è e si continui ad andare avanti alla giornata, magari sperando ancora una volta nella buona stella. E questi tanti stanno pure nel Pd (soprattutto in Parlamento). Pronti a rallentare l’azione del Governo e a mettere quanti più paletti possibile, con l’unico obiettivo di continuare a esistere. Ignorando che il rapporto tra società civile e politica è radicalmente cambiato. Che la gente si è stufata dei soliti balletti inconcludenti. E che tutto ciò si traduce in un largo consenso a quel Beppe Grillo che rappresenta al momento un’incognita estremamente pericolosa per il Paese. Giacché fino a ora s’è solo capito che vuole sfasciare tutto. Ma per costruire cosa?

Il problema è che Matteo Renzi, divenuto leader del Pd per volontà della base ma contro il volere della vecchia classe dirigente, non è riuscito ancora a cambiare il partito, soprattutto ai suoi livelli più alti. Dove ci sono ancora quelli che c’erano, che ci sono sempre stati e che vogliono esserci ancora. Molti dei quali sono diventati renziani di comodo (perché in Italia bisogna sempre salire sul carro del vincitore), ma continuano a pensare e, soprattutto, ad agire nell’unico modo che è loro consono.

Un esempio su tutti: la riforma del Senato. Impantanatasi per volontà di Vannino Chiti e di un’altra ventina di senatori che sono arrivati addirittura a scrivere una proposta alternativa a quella di Renzi, con l’unico risultato – fino a ora – di rallentare la riforma e di proporre ai cittadini il solito spettacolo vergognoso di un partito dalle mille voci dove non si conclude mai nulla. Per carità. Non che su un argomento così importante non si debba discutere. Ma lo si poteva fare all’interno del partito, modificando e limando dove necessario, e uscire allo scoperto con un disegno unico. Invece no. Si è preferita la solita strada del dibattito infinito che non porta mai a nulla, per la gioia e l’esultanza delle opposizioni.

Ecco perché la consultazione elettorale di domenica prossima è importante. Sì, d’accordo, si vota per il Parlamento europeo. Ma in ballo c’è soprattutto qualcos’altro: dare fiducia a Renzi significherebbe infatti mettere in seria difficoltà (o forse mettere definitivamente a tacere) le vecchie cariatidi; in caso contrario mettersi nelle mani, non tanto di Silvio Berlusconi, quanto di Beppe Grillo. Con tanti auguri all’Italia.

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