30112021Headline:

Grattarola racconta il cinema a luci rosse

Marco Giusti e Franco Grattarola alla presentazione di Luce Rossa

Marco Giusti e Franco Grattarola alla presentazione di Luce Rossa

A cavallo tra gli anni di piombo e gli anni da bere, una luce rossa – tante luci rosse – si accendono lungo lo Stivale. Accendendo pure le passioni degli italiani, e pompando ossigeno in un mondo, quello di celluloide, in sofferenza dal punto di vista industriale. Sono gli albori del cinema hard, arrivato in Italia con ritardo rispetto ad altri Paesi europei (come per la televisione a colori e per tante altre cose) ma poi esploso in tutto il suo successo. Questa fase, ma anche quella precedente e successiva, vengono raccontate e documentate, dal punto di vista storico, da Luce Rossa, l’ultimo libro di Franco Grattarola, viterbese studioso di cinema, televisione e costume e Andrea Napoli, storico della filosofia moderna. Quattrocentonovantasei pagine, in libreria a 29 euro (meno su Amazon ed Ebay) per i tipi di Iacobelli editore e presentato l’altra sera a Roma alla sala Trevi con Marco Giusti (uno degli inventori di Blob, per capirci), prima della presentazione viterbese, prevista all’interno del Tuscia film fest di fine giugno.
“Abbiamo raccontato dal punto di vista storico i primi passi di questo genere cinematografico – spiega Franco Grattarola a Viterbopost – Dal 1979 al 1984 è stato un quinquennio d’oro, con la produzione di moltissimi titoli, e l’apertura di tante sale dedicate, i cinema a luci rosse, appunto. Poi, dopo l’84, con l’arrivo massiccio dell’home video, delle videocassette, i cinema praticamente scomparvero, oggi in Italia ne sono rimasti pochissimi. E la fruizione si è evoluta poi nei Dvd, e con Internet, passando da collettiva, com’era quella nelle sale, a personale, in casa”.
Ma l’opera di Grattarola e Napoli parte da lontano. Addirittura dagli anni Trenta, e dalle prime scene di nudo anche in film di autori importanti, come Blasetti. Poi si passa agli anni Cinquanta e Sessanta, e alle famose “versioni francesi”, con parti più osé realizzate appositamente per i mercati più libertari d’Oltralpe: “Anche Sofia Loren, quando era una semplice generica, o la Lollobrigida, già famosa, ne girarono diverse”, ricorda Grattarola. Poi, i primi anni Settanta, quando l’erotismo andava a finire nelle commedie, o negli horror. “Nel ’78 aprono le prime sale dedicate, a Roma e a Milano, anche se proiettavano pure film d’autore – spiega Grattarola, che ha scritto anche testi su Pasolini, su Bud Spencer, sulla Tuscia nel cinema – Nel 1979 ecco i primi lavori italiani, nel 1980 arriva la vera e propria invasione. Che dura fino al 1982, quando l’allora procuratore di Civitavecchia Antonino Lojacono scopre la truffa dei visti censura”.
Già, perché in teoria per la legge italiana era (e forse è ancora) proibita la distribuzione di certo materiale troppo spinto. Ma trovare la scorciatoia, specie in questo meraviglioso Paese, è un gioco da ragazzi: “L’escamotage era questo. Si presentava alla commissione censura una versione sì osé, ma arricchita di dialoghi, di passeggiate in riva al mare, di scene apparentemente innocue. Ottenuto il visto, si rimontava il film da capo, togliendo certe parti e lasciando quelle hard. La scoperta del giudice, naturalmente, bloccò tutto: mercato fermo per un anno”. Ma col passare del tempo le richieste di visto quasi scompaiono, e nessuno si prendeva la briga di andare a controllare se le pellicole proiettate nei cinema a luci rosse – ormai diventate terra di nessuno – fossero davvero vistate.

La copertina del libro

La copertina del libro

“Il circuito era finito, neanche si stampava più – dice Grattarola – Anzi, un regista dell’epoca mi ha detto che stampavano solo se il film era richiesto da qualche mercato straniero. Un piccolo rilancio ci fu grazie all’esordio ufficiale, dopo due film sotto pseudonimo, di Moana Pozzi e di altre stelle provenienti dal cinema tradizionale”. Ma il grosso della produzione si era spostato tutto sulle videocassette, e poi su Dvd, dove oggi resiste una piccola sacca; nelle videoteche, o in edicola. “Per le persone anziane, che non sono pratiche di Internet, o per quegli immigrati che hanno difficoltà ad accedere alla Rete”, ragiona Grattarola.
Che in coda a questa intervista regala una chicca: “Alcuni film a luci rosse sono stati girati anche qui da noi, nella Tuscia. La locanda della maladoloscenza, con esterni a Sutri, è del 1980. Gocce d’amore invece fu fatto tra Tarquinia e Tarquinia lido, con una scena anche nel campo da golf di Marina Velka: la versione soft girava spesso su una televisione umbra, Rte24. Un paio poi anche a Bolsena: Agnese e… e Messo comunale praticamente spione, una specie di Pierino. Perché a Bolsena? Perché il regista aveva la casa delle vacanze a lago”. E che vacanze.

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3   Commenti

  1. Franco Grattarola scrive:

    Postilla: tra gli hard girati in terra di Tuscia c’è da annoverare anche “La gemella erotica (Due gocce d’acqua)” (1980) di Alberto Cavallone (location: Ronciglione e Lago di Vico).

  2. Franco Grattarola scrive:

    Postilla 2: poi ci sarebbe anche “Moana la scandalosa” (1988) di Riccardo Schicchi (location: Viterbo e le acque sulfuree del Bullicame), ma appartiene a un periodo successivo a quello che analizziamo nel libro (1979-1984). In ogni modo, il film di Schicchi l’ho menzionato nel mio “La Tuscia nel cinema” (2008).

  3. Franco Grattarola scrive:

    Postilla 3: l’hard “Cameriera senza… malizia” (1980) di Lorenzo Onorati (ma diretto in realtà da Bruno Gaburro), che ne “La Tuscia nel cinema” avevo indicato come girato nella provincia di Viterbo (nel film si vedono infatti molte automobili targate VT), è invece girato a Manziana, come ho potuto appurare grazie a una successiva testimonianza del produttore e (pseudo)regista Lorenzo Onorati.

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