29112021Headline:

Pd, la rottamazione è (quasi) compiuta

Il Pd in festa

Il Pd in festa

In principio fu Walter Veltroni col suo discorso del Lingotto. Era il 2007 e la nascita del Pd fu accompagnata da una speranza: quella di veder fiorire un partito che guardasse al futuro, all’Italia del terzo millennio, riprendendo quel dialogo con i suoi elettori che era stato purtroppo interrotto da troppi anni. Vuoi per le indubbie capacità di Silvio Berlusconi nel comunicare con la gente; vuoi, soprattutto, per l’incapacità di una classe dirigente di centro sinistra di proporre un’alternativa credibile.

In principio dunque, fu Walter Veltroni. E quel 34 per cento ottenuto alle politiche del 2008 (elezioni perse prima di cominciare dopo i disastri del governo dell’Unione) avrebbe dovuto essere l’inizio di un nuovo cammino. Purtroppo non fu così. Perché i nani e le ballerine, autori delle nefandezze degli anni trascorsi, ripresero il sopravvento, ricreando il solito pollaio, le solite contraddizioni, i soliti giochi e giochini, il solito pervicace indecisionismo su tutto e su tutti. Sicché il tramonto di Berlusconi nel 2011 portò prima Mario Monti e poi la famigerata “ditta” di quel brav’uomo dal nome Pierluigi Bersani. Capace di perdere un’elezione che doveva essere praticamente vinta e di aggrovigliarsi poi su se stesso subendo, nel giro di un paio di mesi, l’umiliazione del no di Grillo e poi quella – che ancora scotta – del siluramento di Franco Marini e Romano Prodi nelle elezioni presidenziali.

Fortuna ha voluto che, proprio nel 2013, ci sia stata l’esplosione del Movimento 5 Stelle. E che lo spauracchio del “tutti a casa” si sia improvvisamente materializzato in una classe dirigente che aveva ormai come unico scopo quello di sopravvivere alla meno peggio, facendo i patti anche col diavolo. Perché questo terrore ha consentito, nel dicembre scorso, l’ascesa dello spregiudicato Matteo Renzi ai vertici del partito e questo terrore gli ha permesso di scalzare, senza tanti complimenti, un altro brav’uomo: quell’Enrico Letta che troppo spesso – nei suoi nove o dieci mesi di Governo – ha saputo vestire i panni di don Abbondio.

Renzi, in poco tempo, ha cambiato il Pd. Lo ha rinnovato nella sua classe dirigente, inserendo giovani capaci e vogliosi di far bene. Ha finalmente dato un calcio a quel timore ideologico (un po’ vetero comunista) di perdere voti a sinistra (quando invece, per vincere l’agone elettorale in Italia, bisognava conquistarli al centro e anche a destra). Ha inaugurato un nuovo modo di comunicare che arriva alla gente. Ha dato dimostrazione di concretezza, che in un periodo difficile come questo, è il valore aggiunto di una politica che generalmente produce scetticismo e anche nausea. L’ex sindaco di Firenze ha cambiato il Pd, dando finalmente realtà a quel sogno che Veltroni aveva proposto, ma che non era riuscito a realizzare.

Ma l’opera non è conclusa. Giacché, anche in questi mesi si sono notati i mal di pancia di coloro che lo devono sopportare come leader – pena dover appendere la politica al chiodo – ma che vorrebbero condizionarlo nelle scelte per mantenere, il più possibile, quello status quo che per decenni ha fatto comodo. Certo, il risultato elettorale del 25 maggio può facilitare il compito del ragazzo toscano, ma non è detto che gli ostacoli (interni) siano del tutto stati neutralizzati.

Domenica ha vinto Renzi più che il Pd. Ma ora il Pd deve diventare in toto un partito a immagine e somiglianza del suo leader. Senza ascoltare i soliti gufi che ora temono “l’uomo solo al comando” paragonando Renzi a Berlusconi. Perché tra i due c’è e ci sarà sempre una differenza abissale. L’ex cavaliere di Arcore è stato ed è ancora oggi il padrone di Forza Italia, come una delle tante aziende di sua proprietà. Renzi la leadership del Pd l’ha conquistata sul campo, attraverso il consenso popolare. Vi pare poco?

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