20022020Headline:

Il male di vivere, il coraggio di morire

Un atroce fatto di cronaca solleva interrogativi sul fato, da cattolici o da laici

Nicola Savino

Nicola Savino

Il male di vivere. Una celebre poesia  in cui si affronta il tema del male e del bene. Nella prima categoria Eugenio Montale inserisce “il rivo strozzato che gorgoglia, l’incartocciarsi della foglia riarsa, il cavallo stramazzato”; nella seconda “la statua nella sonnolenza del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato”. Versi famosi che ben si attagliano al suicidio di Cristina, la giovane di Grotte di Castro che si è tolta la vita nei giorni scorsi. Un gesto estremo che ha profondamente colpito tutti: la cerchia degli amici e dei colleghi, l’intera comunità grottana e non solo. Quel colpo di pistola che ha drammaticamente messo fine alla sua esistenza ha colpito tutti noi.

Spesso indifferenti e sordi alle richieste di aiuto. Incapaci semplicemente di ascoltare. E talvolta anche di parlare.

Problemi, delusioni, promesse mancate, tradimenti, pugnalate alle spalle: tutto vero, tutto reale, tutto quotidianamente verificabile. Eppure, la vita vale sempre la pena di essere vissuta. La morte cancella, distrugge, polverizza, traccia un solco netto. E’ un passaggio dal quale non si può tornare. Cristina con lucida determinazione ha programmato la sua fine: prima una telefonata allo studio legale dove lavorava per comunicare l’assenza, poi il profilo Facebook trasformato, poi il terribile gesto finale. In quelle poche ore, il silenzio. I pensieri che si accavallano, il cuore in subbuglio, la mente che non ha più né la forza né la capacità del raziocinio. Diventa nera come l’immagine inserita sul social network. Ma in tutto questo c’è ancora un filo conduttore di lucidità che alla fine sfocia nel grilletto premuto.

Che cosa è mancato a Cristina in quei momenti? Gli amici, i familiari? Sicuramente no. Sarebbe bastata una telefonata per trovare immediata solidarietà. Quel pizzico di complicità che probabilmente avrebbe evitato il drammatico evento finale. A quella ragazza è mancata la voglia di reagire, di non abbandonarsi allo sconforto e alla disperazione. Cristina ha scelto di essere “il rivo strozzato”; ha deciso di diventare “cavallo stramazzato” e “foglia riarsa” che si accartoccia. E se ne è andata per sempre, rinunciando a restare “statua della sonnolenza nel meriggio” e nuvola e falco che si leva alto nel cielo. E adesso il rammarico è forte in coloro che la conoscevano: forse qualche parola non compresa, qualche gesto frainteso, qualche richiesta inascoltata… Ogni attimo rivissuto alla ricerca di un perché che, alla fine, neppure c’è. I latini lo chiamavano fato, i cattolici semplicemente destino: per tutti (laici e credenti) qualcosa di indefinito e indefinibile, alla quale comunque non si può sfuggire. Deve andare così e basta.

Addio, Cristina. Che la terra ti sia comunque lieve.

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