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Fanciullo: “Ecco la mia Stella Azzurra”

"Ognuno ha un personale traguardo da conquistare: mettiamoli insieme e vinceremo"

Umberto Fanciullo, coach della Stella Azzurra

Umberto Fanciullo, coach della Stella Azzurra

Umberto Fanciullo, è la prima stagione da capo allenatore.

“Infatti. Un onore per me. E anche un onere, come si dice in questi casi, ma è la verità vera”.

 Non cominciamo con la retorica…

“No, assolutamente: non mi appartiene. Dico che è uno straordinario punto di arrivo. Ma anche, per molti versi, un punto di partenza”.

In che senso?

“Nel senso che io, che da giocatore sono arrivato al massimo in C2, sono orgoglioso e grato alla Stella Azzurra di avermi dato questa opportunità, ma non mi pongo alcun limite. Anche la serie A, perché no? E magari con questa stessa casacca”.

Non sta volando troppo alto?

“Senza traguardi da raggiungere, non si va da nessuna parte. Perché non pensare che, magari, nel giro di 2-3 anni e con una seria programmazione, si possa arrivare più in alto?”.

E’ un sogno?

“E’ un obiettivo. Che devo pormi e con me pure i giocatori. E i dirigenti”.

Magari dovrà trasferire la residenza da Guidonia a Viterbo…

“Intendiamoci, il mio contratto è annuale. E può pure succedere che mi mandano via fra un mese, ma io sono convinto che qui ci sia l’ambiente ideale per crescere ancora”.

Conviene fare un passo indietro alla stagione scorsa: 7 partite giocate e altrettante sconfitte.

“Lo so e cerco di utilizzare quella esperienza non proprio esaltante per migliorarmi e migliorare”.

Era proprio destino che finisse così, abbastanza malinconicamente?

La Stella Azzurra al lavoro al PalaMalè

La Stella Azzurra al lavoro al PalaMalè

“No, poteva e doveva finire meglio. Intanto, la salvezza è un risultato fondamentale. Non dimentichiamolo mai”.

Salire sul treno in corsa non è mai semplice.

“La società mi aveva proposto di diventare  capo allenatore anche all’epoca dell’esonero di Pippo (Pasqualini, n.d.r.). Non me la sentii perché ero troppo partecipe di quel progetto: tutta la fase offensiva era mia, tanto per capirci”.

Con Cipriani è stato diverso?

“Anche con Fausto le cose funzionavano bene: non ero un assistente, ma un co-allenatore. Però, era il momento di assumere le responsabilità in prima persona. E perciò accettai”.

Magari pensando che potesse esserci la conferma per l’anno successivo…

“Era una speranza, di sicuro, ma non una certezza”.

Che cosa rimane di quelle sette partite?

“Qualche bruttissima esibizione, ma anche qualche buona prestazione e contro squadre di livello superiore. Costringere Rieti o Palestrina a giocarsela punto a punto fino alla fine è comunque una soddisfazione”.

Lo score recita comunque uno zero spaccato.

“E’ vero. Perché penso che quella dell’anno scorso era una compagine con un limite ben preciso. E forse invalicabile”.

Quale?

“Un gruppo che non è riuscito a far gruppo. Scusate il bisticcio di parole”.

Scusato. E allora? E soprattutto perché?

“Perché c’erano situazioni particolari che, sommate, hanno avuto un peso”.

Qualche dettaglio, please.

“Rossetti e Chiatti, tanto per non fare nomi, erano e sono due straordinari giocatori. Ma uno per ragioni di lavoro e l’altro per studio, avevano orari poco conciliabili con il resto della squadra. E quindi o si allenavano da soli oppure tutti dovevano adeguarsi. Sono cose che si percepiscono e che, alla lunga, contano e hanno influenza”.

Le scelte di quest’anno sono figlie di quell’esperienza?

“Assolutamente, sì. I ragazzi che sono qui sono stati tutti indicati da me. Alcuni li ho già allenati, altri li ho affrontati da avversari: tutti li ho visionati in decine, forse centinaia, di filmati”.

Che sensazioni ha avuto dalla prima settimana di raduno?

“Molto positive. Sul piano tecnico, forse, abbiamo qualcosa in meno rispetto all’anno scorso, ma vi posso garantire che corriamo molto di più. L’ho anche detto ai ragazzi dopo una seduta particolarmente intensa: ma quanto correte?”.

E allora?

“Significa semplicemente che quando affronteremo squadre più forti (e ce ne sono almeno 5 nel girone che faranno un campionato a parte per quanto sono attrezzate), quanto meno le costringeremo a sputare sangue sul parquet per correrci dietro”.

Un time out della scorsa stagione

Un time out della scorsa stagione

Tre conferme e tutti volti nuovi: perché?

“Ogni conferma ha una sua motivazione: Andrea Meroi rappresenta la continuità del progetto. L’ho fatto capitano, ma chi  pensa che indossi la fascia solo perché è figlio di Marcello sbaglia di grosso: è l’unico viterbese e quindi è un punto di riferimento per tutti. Sembra banale, ma invece ci vuole qualcuno che sappia indicare dov’è l’ufficio postale, dove si deve andare per fare un documento… La viterbesità conta”.

Marcante?

“Il leader è lui. In campo e fuori. E questo ruolo glielo riconoscono tutti. Fra un po’ Fabio diventa papà, ci ho parlato a lungo ed è assolutamente convinto della bontà e della serietà del progetto. Doti tecniche eccezionali, negli allenamenti è sempre il più pronto. Su di lui conto ad occhi chiusi anche come coach in campo”,

Rovere?

“La mia ambizione è di trasformare Riccardo da gregario, come un anno fa, in un protagonista. I mezzi ci sono”.

Poi tanti giovani e un esperto come Marsili.

“Valerio è l’altro allenatore in campo: per lui vale il discorso fatto per Marcante. Ci conto ad occhi chiusi. Come punto su Peroni, Giancarli, Mathlouthi, Fallou (che voglio far diventare un vero giocatori di basket…). E’ un team in cui credo molto”.

Contano gli schemi nel suo basket?

“Contano, è chiaro. Ma contano soprattutto le situazioni e la capacità di saperle leggere. Ci sono tattiche che talvolta non si possono mettere in pratica, allora si usano le alternative previste e soprattutto si usa la testa”.

Quanto si arrabbia se qualcuno esce dagli schemi?

“Dipende dai casi particolari. Ripeto: bisogna cogliere al volo le opportunità e adeguarsi anche a quello che fanno gli avversari. Peraltro, sono aperto ai suggerimenti che vengono dai giocatori: nessuno ha la verità in tasca”.

Prima trasferta a Isernia: cosa dirà nel pullman?

“Nulla di particolare. Non sono tipo da grandi e lunghi discorsi. E se i ragazzi hanno voglia di cantare, lo facciano pure. L’importante è che stiano bene insieme e in questi giorni in cui ho vissuto con loro, anche fuori dal campo, mi sono accorto che l’amalgama funziona”.

E il suo lavoro?

“Di mattina continuerò a svolgere la mia attività di responsabile commerciale di un negozio di articoli sportivi a Tivoli. Sugli 8 allenamenti settimanali, ne mancherò due: quello dedicato ai pesi e la sessione di tiro. Ci penseranno Isabella Cristaudo e Valerio Balestrini, ma è come se ci fossi io. E i ragazzi lo sanno”.

Prima Isernia fuori e poi Fondi in casa.

Fabio Marcante, leader in campo e fuori

Fabio Marcante, leader in campo e fuori

“Voglio 4 punti, è chiaro. La squadra già lo sa. Il primo obiettivo è la salvezza, è chiaro: prima arriva, meglio è e più ci divertiamo”.

In bocca al lupo, Umberto.

“Crepi. Con un appello, se posso permettermi”.

Si accomodi…

“State vicini a questa squadra. Ai giocatori, ai dirigenti, a noi allenatori. Tutti abbiamo una personale scommessa da vincere: se riusciamo a fondere ogni singolo traguardo in un unico, grande obiettivo, avremo vinto prima ancora di cominciare. E la vittoria sarà di tutti”.

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