24022021Headline:

Marcante, la chioccia della Stella Azzurra

A 35 anni corre come un ragazzino: "Metto a disposizione dei giovani la mia esperienza"

 

Fabio Marcante a canestro

Fabio Marcante a canestro

“Ci sono qualità che si conquistano lavorando ogni giorno: il palleggio, la difesa, il tiro. Altre che vengono con il tempo: l’esperienza, il saper gestire le situazioni. Ma ce n’è una che non si compra e non si acquisisce: nasce spontaneamente e rimane e si fortifica col tempo. Si chiama alchimia ed è ciò che trasforma una squadra in un gruppo e viceversa”. Parole e musica di Fabio Marcante, leader naturale (e non solo per l’età o per i trascorsi cestistici) della Stella Azzurra Terra di Tuscia, che sta vivendo una seconda giovinezza. A 35 anni corre, gioca, si impegna come un ragazzino: un autentico esempio in campo e fuori. “Mi sento un po’ la chioccia di questi ragazzi – spiega in attesa di cominciare ad allenarsi -. Un ruolo che mi piace, ma che non mi sono scelto. Metto a disposizione di giocatori che potrebbero essere quasi tutti miei nipotini, e in certi casi addirittura figli, quello che ho imparato in tanti anni, carpendolo ai miei coach ma soprattutto ai tanti giocatori che ho avuto come compagni o come avversari. Penso a Mario Boni, che mi ha sempre fatto sudare quando ci ho giocato contro: uno di straordinari mezzi tecnici, ma il primo a buttarsi a rimbalzo o scaraventarsi a terra per recuperare una palla vagante. Il primo a prendersela con se stesso per un tiro sbagliato o per un passaggio fatto male. Penso a Carlton Myers, un altro che non trovava scuse e si assumeva sempre le sue responsabilità. Gente di una pallacanestro diversa, all’antica forse, ma persone che mi hanno insegnato tanto. Adesso, sono io che mi metto a disposizione degli altri: con l’incoraggiamento, con l’esempio soprattutto. Anche con il rimprovero”.

Marcante (veneto di origine) abita e lavora ad Orvieto, dove gestisce con la madre (ex giocatrice di basket) un centro fisioterapico: “Praticamente non mi fermo dalla mattina alla sera. Fino alle cinque e mezza seguo la mia attività, poi mi metto in macchina e vengo a Viterbo per allenarmi. Alla mia età posso permettermi di saltare le sedute mattutine di tiro e di pesi, ma per il resto sono con gli altri dall’inizio alla fine. Dico la verità: non ho particolari momenti di pausa. Quando gli altri si allenano, io lavoro e quando dovrei riposarmi io, vado in campo per allenarmi o per giocare. Non mi sto lamentando perché la cosa mi piace tantissimo, soprattutto quando, come quest’anno, c’è armonia nel gruppo. C’è quella famosa alchimia che ti fa dimenticare la fatica, i disagi, i sacrifici. Ci dobbiamo tutti considerare dei privilegiati perché alla fine questo è un gioco: chi si può permettere di lavorare giocando?”.

Marcante in palleggio: un ricordo di quando giocava play

Marcante in palleggio: un ricordo di quando giocava play

Inevitabile il paragone con la squadra dell’anno scorso, protagonista comunque della salvezza (che non è mai un risultato da sottovalutare per una matricola) ma che, dopo un inizio promettente, si spense progressivamente nel girone di ritorno. “Ecco – interviene Fabio Marcante – forse in quel gruppo non scoccò la scintilla dell’alchimia. Arrivavo qui per l’allenamento e trovavo gente che arrivava in ritardo, sempre pronti a trovare scuse. Non funziona, non può funzionare: le partite si vincono la domenica, è vero, ma la vittoria si costruisce ogni giorno, in ogni allenamento. E’ un piacere per me utilizzare 4-5 ore della mia giornata con questi ragazzi: ci sto bene. Sanno di trovare in me uno pronto ad aiutarli in campo e fuori, ad ascoltare, a dare consigli. Non so se ci riesco, ma so che lo faccio perché sto bene con loro”.

“Un anno fa avevo deciso di mollare – continua – poi arrivò questa occasione con Viterbo e accettai volentieri. Qui, lo dico con totale sincerità, ho trovato una famiglia che, superata l’inesperienza della prima stagione in B, si è mossa con intelligenza per allestire la squadra. E i risultati si vedono… Si può vincere, si può perdere, ma sempre giocandosela fino alla fine. Ai miei compagni lo ripeto spesso: giochiamo contro avversari del nostro livello. Se stanno in B ci sarà un motivo, altrimenti starebbero altrove. In un altro campionato, di livello superiore o inferiore non ha importanza. Quindi si va in campo e si gioca a viso aperto contro chiunque: questo è il basket che piace a me. E questa è la molla decisiva che mi fa continuare. Anche se i colpi e i doloretti si fanno sentire, anche se la mattina quando mi alzo cammino come Geppetto. Ma dopo mezzora passa tutto: devo carburare come un motore diesel”.

Tantissime le squadre in cui ha militato. “Ho cominciato a Schio a 15 anni, quindi tardi. Mio padre era il presidente della società di basket e mia madre ci aveva giocato a pallacanestro. Ma avevo fatto calcio, poi anche per una certa pressione in casa ho provato col basket. La mia fortuna è stata di avere un allenatore serbo che in due anni mi ha fatto recuperare tutto il periodo del mini basket che avevo saltato. Ho fatto le giovanili fino all’Under 19 e poi andai a Udine nella Snaidero. Ho sempre giocato da play quando ero giovane. Pesaro, Padova, Castel Fiorentino dove ho conosciuto la mia Camilla che è di Firenze. Quasi sempre in B, salvo due stagioni in A2. Mi rendevo conto che avrei avuto poco spazio in serie A e quindi ho preferito il campionato di serie inferiore dove avevo la possibilità di giocare molto di più. Talvolta ci penso e c’è anche un pizzico di rammarico, ma passa presto: sono contentissimo di quello che ho fatto e di come l’ho fatto”.

Un bel primo piano del giocatore veneto di nascita e orvietano di adozione

Un bel primo piano del giocatore veneto di nascita e orvietano di adozione

Fra qualche mese Fabio diventa papà per la prima volta. “Ormai ci siamo, da metà dicembre in poi ogni giorno è buono. E così dormirò ancora meno… Scherzo, naturalmente: una responsabilità in più per me. La famiglia, il lavoro, il basket, fra un po’ un figlio. Mi sento realizzato e felice, ma non mi fermo. Quando smetterò? E’ un problema che non mi sono ancora posto: probabilmente soltanto quando mi renderò conto di non poter essere al passo con gli altri”. Decisamente una situazione ancora molto lontana…

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