26022021Headline:

Nohman, altra vittima della maledizione 9

La Viterbese prosegue la caccia ad un attaccante che la butti dentro

Nohman all'arrivo in gialloblu

Nohman all’arrivo in gialloblu

Quella maglia pesa sempre. Magari non come il dieci – che è simbolo, è mito, è fantasia e quasi magìa -, ma quasi. Perché la camiseta numero nove ispira pensieri più concreti: gol, soprattutto, montagne di gol. Di testa, di rapina, di potenza o anche solo di fortuna. E’ una maglia icona, una delle poche cose che ancora mettono sullo stesso piano la serie A e la Terza categoria: chi gioca col 9 è quello che fa go’.

Alla Viterbese, modestamente parlando, questa maglia comincia a diventare un problema, forse un’ossessione. A prescindere da come si chiami chi la indossa, a prescindere da dove venga, a prescindere – soprattutto – dalle reti che ha segnato in passato. La maledizione del numero 9, già, è poi la maledizione di una squadra che ha difficoltà ad andare in porta. E se è vero che l’attacco non serve poi tanto a vincere i campionati (è più importante la difesa: lo dice la storia, lo dicono i Trap e i Capello, lo dicono specialmente i numeri), alla fine è per quello che il tifoso paga il biglietto. Per il gol, la versione pudica dell’orgasmo.

Andrea Saraniti, predecessore di Noham

Andrea Saraniti, predecessore di Noham

L’ultimo sventurato è Daniele Nohman. Ragazzone che se l’incontri per strada all’imbrunire può incutere una certa soggezione. Alto, atletico, pochi capelli e barba irsuta. Ci si spaventa di più, però, a leggere lo score della passata stagione: 21 reti in 29 partite con la Lupa Castelli che poi vincerà il campionato. Ogni difensore del girone G della serie D, quest’anno, ha imparato a memoria quei numeri. Qualcuno, forse, se li è sognati la notte prima di incontrare la Viterbese. Certi altri, sicuramente, durante il riscaldamento lo hanno inquadrato, e si sono dati di gomito: “Hai visto? Quello è Nohman, il capocannoniere”.

Per questa ragione, in una torrida estate durante la quale il calcio cittadino non conosceva ancora il suo destino (vivere o morire a via della Palazzina), la dirigenza gialloblu fece il colpaccio. E ingaggiò Nohman, uno dei primi ad arrivare. D’altronde, c’era da rimpiazzare il Saranitovic tornato al sud riempiendo di dribbling e di colpi di tacco la Salerno-Reggio Calabria, c’era da trovare l’erede di quel Vegnaduzzo che è ancora nei cuori dei tifosi (ma che visto con la maglia della Flaminia, oggi, triste e impanzito, è meno rimpianto), c’era da regalare alla piazza il grande nome intorno al quale costruire una squadra, un progetto.

Oggi, una dozzina di partite dopo, pure questo bestione sembra essere stato infettato dalla malediciòn del numero nueve. Ha segnato due gol appena in partite ufficiali. Corre e fa a spallate come un matto. Si danna nel rientrare a centrocampo a recuperare palla. Fa la sponda. Poi s’inserisce e torna al suo posto al centro dell’area. Commette pure parecchi falli. Ci prova di piede, di testa, da vicino o da vicinissimo. Niente. Zero. La porta avversaria per lui resta chiusa, come per quelli che non rispettano il dress code in certi locali fighetti. I portieri avversari diventano mostri da videogiochi: velocissimi e pieni di mani e di gambe. I pali s’allargano, le traverse s’abbassano, la testa gira. E niente, ancora niente. Il meraviglioso giocatore che lo scorso anno rappresentò (e fu in buona parte artefice) il miracolo della Lupa è soltanto un ologramma. E il rosicamento viterbese, a questo punto, è doppio.

Il masseur Simone Di Serio e Daniele Nohman

Il masseur Simone Di Serio e Daniele Nohman

Fioccano allora le elaborazioni del lutto (lutto sportivo, s’intende). Il tifoso che fa finta di capirci parecchio: “Quest’anno non c’è Siclari che gli mette le palle giuste in mezzo”. Il giornalista tecnico: “Il centrocampo si limita a rompere e non a costruire, le mezzali non s’inseriscono…” Il presidente: “Il problema non è lui, è che gli arrivano pochi palloni giocabili”. Mister Nofri: “Ho tanti attaccanti a disposizione. L’importante è metterli in condizione di segnare”. L’opinionista al Barolo: “Fa troppi falli”. L’opinionista astemio: “Torna troppo a centrocampo, arriva poco lucido sotto porta”. Lo scettico per principio: “Questo è un altro Toscano” (Gianluca Toscano, memorabile sòla della gestione Solimina in Eccellenza, poi tagliato a novembre).

Ma forse, più semplicemente, la colpa è soltanto di quella maledizione. Che se non avesse colpito Danielone avrebbe colpito un altro. Perciò l’impressione è che cambiare uomo serva a poco. Qui, semmai, bisogna cambiare esorcista. Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio.

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