26022021Headline:

“Gli arbitri hanno il diritto di sbagliare”

La "lezione" dell'internazionale Antonio Damato ai giovani colleghi viterbesi

Antonio Damato, arbitro internazionale e avvocato, appartiene alla sezione di Barletta

Antonio Damato, arbitro internazionale e avvocato, appartiene alla sezione di Barletta

“Dobbiamo avere il diritto di sbagliare”. La lezione di Antonio Damato, arbitro affermato, ai giovani colleghi della sezione Aia di Viterbo, si sintetizza in una rivendicazione che è è anche il legittimo richiamo a svelenire un clima spesso ostile, comunque sempre critico nei confronti di chi è chiamato (a tutti i livelli) a fare il giudice. Perché l’errore è umano, perché l’arbitro bravo (come ripetono i dirigenti dell’Associazione italiana arbitri, rappresentata dalla circostanza dal consigliere nazionale Umberto Carbonari e dal presidente della sezione viterbese Luigi Gasbarri) ) non è quello che non sbaglia mai, ma quello che sbaglia meno. Il fatto è che la pessima cultura sportiva italiana perdona tutto (o quasi) a calciatori, allenatori, presidenti (soprattutto agli addetti ai lavori della squadra per cui si tifa) e nulla ad arbitri, assistenti, addizionali. “Mi vien da ridere – spiega il direttore di gara della sezione di Barletta che nella vita fa l’avvocato – quando sento i giocatori affermare che loro durante la settimana lavorano duro. Beh, noi facciamo altrettanto, prepariamo la gara con la stessa meticolosità e con il medesimo impegno. Per cui, l’errore è ammissibile e deve essere accettato tutti”. Come si accetta un gol sbagliato o una parata difettosa. Insomma, a certi livelli (italici e internazionali) tutti si fanno un mazzo così: buono a sapersi.

Come pure vale la pena ricordare che la selezione per arrivare in alto è severa e impietosa: “Sappiate – scandisce Damato rivolgendosi ai fischietti viterbesi – che nessuno vi regalerà mai nulla e che tutti i traguardi che raggiungerete saranno solamente il frutto del vostro lavoro, del vostro sacrificio, della vostra applicazione. Quando ho cominciato io a 16 anni (oggi ne ha quasi 44, ndr), non avrei mai pensato di poter raggiungere certi traguardi. Me ne sono reso conto dopo con il passare degli anni: studiavo, mi allenavo e arbitravo. Questo era il mio lavoro. Se volete progredire, dimenticate di fare le due di notte il sabato sera quando il giorno dopo dovete arbitrare: lo so, siete giovani, ma l’arbitraggio (qualunque sia il campionato in cui dirigete) prima che una scuola di sport, è una regola di vita: un’esperienza che servirà sempre, anche fuori dal campo”.

Antonio Damato, a sinistra, presentato dal presidente della sezione Aia di Viterbo, Luigi Gasbatri

Antonio Damato, a sinistra, presentato dal presidente della sezione Aia di Viterbo, Luigi Gasbatri

E allora come si diventa un buon arbitro? Sacrifici, d’accordo, capacità decisionale (ci si allena pure su quella), equilibrio e fermezza, umiltà. E poi? Saper fare tesoro degli errori commessi, anche da quelli dei colleghi. “Il polo di allenamento – spiega – è una straordinaria palestra perché si conoscono le esperienze degli altri, magari di quelli che arbitrano nelle categorie superiori. A fine gara, noi siamo i primi a sapere se e dove abbiamo sbagliato, ma se abbiamo la coscienza di aver lavorato duramente e con il massimo impegno, nessuno potrà rimproverarci nulla e potremo andare a cena e a letto senza rimorsi di alcun genere”.

Il monologo di Antonio Damato è lungo e attraente, ma il momento più atteso è la visione di filmati di gare anche recenti dirette da lui stesso. C’è la possibilità di analizzare la collaborazione tra arbitro centrale e addizionale in occasione del rigore concesso alla Fiorentina nella partita di San Siro contro l’Inter (fallo di Handanovic su Kalinic). “Io ero lontano dall’azione – commenta – ma mi sono fidato ciecamente di Banti (anche lui internazionale) che come arbitro di porta era a pochissimi metri dall’azione incriminata. ‘Rigore, rigore’ mi ha gridato nell’auricolare. E io ho fischiato il penalty e poi ho ammonito il portiere”. Le decisioni sono corrette sia sul piano tecnico che su quello disciplinare. La “sestina” si scambia continuamente informazioni (quando lo sviluppo del gioco lo permette): rigore, niente, simulazione, fallo dell’attaccante. E c’è anche una quinta possibilità, la più temuta: “Non ho visto”. E in questi casi che succede? “L’arbitro ha pochissimo tempo per decidere, 2-3 secondi al massimo. E qui ti fidi della percezione che hai avuto. Certe volte va bene, altre no”. In Italia dove tutti pensano di conoscere il regolamento (tifosi, atleti, giornalisti: sì, ci sono giustamente anche loro) e dove l’attenzione mediatica è sempre elevatissima, si scatenano autentici processi per un rigore dato o non dato. “Ricordo la mia prima partita nella fase a gironi dell’Europa League tra Fulham e Twenthe – racconta Damato -. Fischiai un fallo a favore della squadra di casa e il pubblico disapprovò la mia decisione. In Inghilterra funziona così, da noi no”.

La lezione di Damato ai giovani colleghi viterbesi

La lezione di Damato ai giovani colleghi viterbesi

Ma ci sono anche i casi in cui Damato sbaglia. La partita è Torino – Roma di qualche settimana fa. Manca pochissimo alla fine, i granata buttano palla avanti per recuperare lo 0-1. Rudiger è in netto vantaggio su Belotti, potrebbe buttare il pallone in curva o in angolo: invece, tergiversa, si fa superare in velocità e Manolas in recupero commette fallo sull’attaccante del Toro. “Io – confessa – commetto un grave errore. Pensando che l’azione sia finita, mi fermo e quindi al momento dell’impatto sono lontano. Per l’addizionale è rigore e perciò fischio. Il problema non è se quel fallo fosse o meno meritevole della concessione del penalty (è una situazione al limite e nemmeno mille moviole hanno chiarito del tutto la dinamica), ma la mia valutazione errata. Non commettete mai queste leggerezze: si va in campo e si resta concentrati per 100 minuti. Vi potete rilassare solo quando fate la doccia”. Con una notazione finale: “Tutti possono giocare al calcio, più o meno bene, ma fare l’arbitro non è per tutti: chi non è capace, va a casa molto presto”. Amen.

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