03122020Headline:

“Così le Pmi sfidano il mercato globale”

Signori (Confartigianato): "Straordinaria capacità di resistere e progredire"

piccole-medie-imprese-L-E__j10-660x330È interessante esaminare quali siano le caratteristiche che permettono alle Pmi di rappresentare il futuro socio-economico in una globalizzazione dove regna la complessità.

Il primo concetto che il piccolo imprenditore ha imparato a proprie spese è quello della “precarietà” conseguente ai criteri di gestione statuali, che hanno allontanato il sistema dall’equilibrio. Il piccolo imprenditore se non vuol precipitare nel caos deve cercare un nuovo equilibrio sui bordi del caos stesso, equilibrio aziendale che sarà completamente diverso da quello precedente. Il secondo concetto è rappresentato dalla “resilienza” che è la caratteristica fondamentale della micro-impresa, questo dono permette al piccolo imprenditore di attutire i contraccolpi del sistema politico economico senza perdere il proprio equilibrio. Il terzo concetto è rappresentato dalla “ridondanza”, capacità del piccolo imprenditore di rinunciare a qualche cosa pur di non mettere in crisi l’impresa.

La ricchezza fondamentale della micro impresa è rappresentata dalla sua “capacità adattativa”, che le permette di ritrovare con velocità un nuovo equilibrio dopo avere perso quello precedente. In una società complessa la capacità della micro impresa di auto-organizzarsi rappresenta il punto di forza del sistema, che non ha bisogno di fattori esterni ma solo delle interazioni locali tra i componenti. Una complessità che ha per radici la glocalizzazione. Una complessità risolta da iniziative “bottom up”. Questo modello di economia reale si oppone al modello imperante dell’economia finanziaria. Tale situazione, così complessa e abbandonata a se stessa, ha inoculato nei piccoli imprenditori la “sindrome della lumaca”. Come la chiocciola il piccolo imprenditore, diventato cauto e timido, al primo segnale di pericolo si ritira nella sua bottega. Quando si ritira nella sua bottega cerca attraverso l’auto-organizzazione di affrontare la precarietà che lo circonda e individua cosa può rinunciare o fare a meno pur di continuare a fare il suo mestiere.

Lo stato d’animo che innesca la “sindrome della lumaca” è uno status che ha come unico obiettivo la sopravvivenza dell’azienda, che deve essere riorganizzata in modo da subire il meno possibile i contraccolpi delle politiche pubbliche, una azienda che deve utilizzare al massimo le risorse umane e tecnologiche che ha a disposizione.

La sindrome della lumaca non contempla né investimenti, né espansione, né assunzioni. L’Italia è un paese che vive una stagnazione che rischia di durare molti anni se non vengono fatte le riforme e semplificate le procedure. Le imprese medio grandi che esportano possono garantire dei posti di lavoro e delle entrate tributarie, ma la rilevanza di tali politiche non potrà che incidere per qualche decimo di punto sul PIL.

Stefano Signori

Presidente di Confartigianato Imprese Viterbo

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