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“Com’è difficile essere onesti in Italia…”

Piccola lezione di antimafia di Pif al Paradosso tra il divo Giulio e l'associazione "Addio pizzo"

Pif sul palco del Parco del paradosso

Pif sul palco del Parco del paradosso

C’è qualcosa di più serio e importante in Italia di un tema come la mafia? Sì, d’accordo, la Nazionale di calcio che fa sognare agli Europei o magari le ultime vicissitudine d’amore di Belen, ma il punto non è questo. Perché la domanda giusta è: si può parlare di stragi, di connivenze ai livelli più alti, di ricatti, traffici loschi facendo addirittura ridere? Evidentemente sì se ad affrontare le questioni è un tipo dissacrante come Pif, nomignolo che sta per Piefrancesco Diliberto, 44 anni appena compiuti, palermitano puro, ex Iena televisiva e autore di un film che è diventato un vero proprio cult: La mafia uccide solo d’estate. Sul palco del Parco del Paradosso, il signor Pif fa antimafia vera con leggerezza, con leggiadria quasi. Con uno stile inconfondibile che non trascina, ma coinvolge.

Pif con il regista della fiction per Rai1 La mafia uccide solo d'estate

Pif con il regista della fiction per Rai1 La mafia uccide solo d’estate

La pellicola in questione è del 2013, ha vinto un bel po’ di premi in Italia (David di Donatello, innanzitutto), ma adesso è diventata anche una fiction per Rai1 con diverse scene girate a Civita Castellana. “Un progetto che mi rende orgoglioso – spiega Piefrancesco ad una platea adorante e numerosa -. Perché il mezzo televisivo raggiunge un pubblico molto più numeroso e quindi ho la possibilità di dire a più gente certe cose”. E qual è il messaggio, prima del film e ora della fiction? “Che la mafia c’è in Sicilia e in altre regioni meridionali ed ora è arrivata anche al Nord, anche se si fa molta fatica ad accettarlo e a dirlo. E’ esattamente quello che accadeva a Palermo quando, da ragazzino, c’erano omicidi e fatti di sangue, ma non se ne parlava. Come se la cosa non ci riguardasse. ‘Fino a quando si ammazzano tra loro…’ era la frase che sentivo più spesso ripetere a persone insospettabili e anche di un certo livello culturale. Erano mafiosi anche loro? Sicuramente no, ma il fatto che si disinteressavano di ciò che accadeva a pochi metri dalle loro case, era di per sé negativo”. Una specie di rimozione che di fatto si traduceva in un tacito compromesso. In una forma subdola di accettazione di ciò che non si poteva e doveva accettare mai.

Gran pubblico per Pif

Gran pubblico per Pif

“Avevo 12 – 13 anni – continua – e sapevo, come tutti del resto a Palermo, che il sindaco Salvo Lima e l’assessore Vito Ciancimino erano mafiosi, ma abbiamo dovuto aspettare anni e le inchieste della magistratura per appurare ciò che  tutti noi già conoscevamo benissimo. Perché? Non lo so, ma è così. Non mi piace e non condivido, però, nemmeno l’atteggiamento di chi costruisce artificialmente un perimetro e ci mette dentro tutti coloro che fanno antimafia militante. E quindi anche io. Stanno lì e aspettano che i duri e puri commettano qualche sbaglio, anche il più banale, per dire: ecco, anche loro non sono perfetti. Ma invece di giudicare gli altri perché non si impegnano anche loro? “.

Inevitabilmente il discorso finisce su Giulio Andreotti… “Mi si gonfia la vena del collo quando ci penso… In Italia, c’è una strana teoria che permette di rimuovere anche le sentenze definitive. Beh, tutti ripetono che Andreotti alla fine è stato assolto, ma pochi dicono che nella sentenza c’è scritto chiaramente che fino al 1980 l’onorevole aveva avuto rapporti costanti e continui con un boss del calibro di Stefano Bontade. Quello che è accaduto dopo è invece coperto dalla prescrizione. E sempre nelle carte c’è scritto pure che quando Andreotti aveva saputo (chissà come…) che la mafia voleva uccidere Piersanti Mattarella, allora presidente della Regione Sicilia e fratello dell’attuale presidente della Repubblica, non si era preoccupato di avvisare il diretto interessato e nemmeno le forze di polizia, ma aveva tentato di intercedere lui stesso per evitare l’omicidio. Mattarella ovviamente fu ucciso. Per fare del bene, non si fanno patti con chi fa del male”. Boato.

Il prossimo film di Pif tratta un altro aspetto della mafiosità, legato stavolta allo sbarco degli americani in Sicilia nel 1943. “Contesto l’idea che gli Usa si erano accordati prima con i boss, ma quando misero piede sull’isola fecero subito accordi con la malavita locale per il governo del territorio. In sostanza legittimarono il potere mafioso. Che è la cosa a cui maggiormente tengono: alla mafia piace molto più comandare che fottere”.

Un'altra immagine di Pierfrancesco Diliberto

Un’altra immagine di Pierfrancesco Diliberto

La trama del film ed ora della fiction è assai semplice: c’è un bambino che a Palermo si innamora di una coetanea e vorrebbe dichiararsi, ma ogni volta che si decide a farlo, c’è una strage di mafia. “Non ho inventato nulla – dice Pif – ma nella trama sono inseriti episodi veri come quello di Totò Riina che non sa usare il climatizzatore o di Bagarella che per testimoniare il suo amore per Ivana Spagna, vorrebbe rapirla: i mafiosi ragionano così… Ma Palermo è anche l’associazione ‘Addio pizzo’: mille e più negozianti che non pagano e non pagheranno mai tangenti alle organizzazioni criminali. Non è vero che la mafia è invincibile: è vero invece che diventa più debole e perciò battibile quando non gode dell’appoggio della gente. Quando dopo l’arresto di un boss, all’esterno della questura si raduna la folla per applaudire i poliziotti. Temo per la mia vita? Sinceramente no: ho parlato di mafiosi che o sono morti o stanno in carcere e ci resteranno per sempre. Confesso che avrei avuto qualche problema in più se avessi fatto un film sulla ‘ndrangheta che uccide solo d’estate…”. L’ultima battuta è amara e dissacrante: “Com’è difficile essere onesti in Italia…”. Difficile, ma non impossibile.

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