10082022Headline:

Quanta fatica per diventare geni…

La lezione del professor Odifreddi: "Senza studio e applicazione, il talento non basta"

Il professor Odifreddi spiega come si fanno le moltiplicazioni usando le dita delle mani

Il professor Odifreddi spiega come si fanno le moltiplicazioni usando le dita delle mani

La fatica di diventare geni. Sì, perché toglietevi dalla testa che geni si nasce: no, geni si diventa. Regola che vale naturalmente anche per i giornalisti, anche se molti, anzi troppi, sono convinti del contrario e pensano di essere stati illuminati da chissà quale diodellapenna e si arrogano diritti divini che manco i veri unti del Signore… Meglio non divagare e tornare a bomba, come dicono quelli bravi, anche e soprattutto perché a sostenerlo è un signore che si chiama Piergiorgio Odifreddi che di professione fa il matematico e che all’università insegna logica. Uno che se ne intende, insomma, e parecchio pure. Il prof a Viterbo c’era stato già l’anno scorso, ospite dell’Istituto tecnico Leonardo da Vinci per un incontro con i ragazzi nel quale aveva letteralmente incantato con i suoi ragionamenti. Per il Festival Nazionale della Scienza (inserito nell’ambito di Caffeina) nella sala Alessandro IV del Palazzo dei Papi (“Luoghi che a me non sono particolarmente familiari…” confessa candidamente da ateo convinto) il tema dell’incontro (moderato da Francesco Del Citto) è proprio la necessità di studiare e di faticare per arrivare ad un qualche risultato: “Ma potete pensare davvero che vincere per esempio alle Olimpiadi sia possibile solo con il talento? No, con quello si vince al massimo il torneo in cortile, ma senza l’allenamento non si va da nessuna parte”.

La presentazione dell'incontro con il professor Odifreddi

La presentazione dell’incontro con il professor Odifreddi

“Non è vero – scandisce Odifreddi – che il genio è baciato da dio o dalla fortuna: non è così. Gli inglesi dicono che in quelle persone così dotate il 10% è ispirazione e il 90% è sudorazione, cioè fatica, studio, applicazione”. E per dimostrare il “teorema”, sia pure tra mille piacevoli divagazioni (compresa la simpatica moltiplicazione con le mani: sì, si possono fare le moltiplicazioni usando le dita, ma la cosa è troppo complicata da spiegare a parole), il matematico racconta l’esperienza di tre illustri geni del passato: Archimede, Newton e Einstein. Intanto, si parte dalla nascita: “La prima cosa che impariamo sin da piccolissimi è la musica. Mozart diceva che quando suonava il piano, il figlio piangeva seguendo il ritmo… Poi arriva il periodo dello sviluppo psico-motorio e della coordinazione. La capacità logico – deduttiva, che è poi il fondamento della matematica, coincide di solito con la pubertà. E questo spiega perché questa materia spesso è così odiata: a quell’età lì si scoprono cose ben più piacevoli da fare. E l’altra causa è che ai più piccoli non viene insegnata come si dovrebbe, cioè giocando con i numeri”.

Sì, d’accordo, ma Archimede? “Uno straordinario scienziato che 2200 anni fa scoprì e dimostrò cose che ancora oggi sono alla base della matematica e della geometria. Uomo poliedrico e capace di studiare fino a pochissimi secondi prima di morire. La città dove viveva, Siracusa, era assediata dai Romani e, quando cadde, lui stava studiando come sempre. Il soldato che entrò per primo in casa e che non aveva idea dell’uomo che aveva davanti, gli disse di sbrigarsi, lui gli rispose che doveva prima finire i suoi conti. Niente da fare: il soldato gli tagliò di colpo la testa. Sulla tomba non scrissero il suo nome, ma semplicemente 2/3 con il disegno di una sfera e di un cilindro per ricordare uno dei suoi teoremi più famosi in base al quale il rapporto tra la superficie e il volume di una sfera e del cilindro che la contiene è sempre 2/3. Che è poi anche il simbolo inciso sulla Medaglia Fields, che equivale al Nobel della matematica”.

odifreddi 2“Isaac Newton – continua Pierluigi Odifreddi – fece le sue scoperte più clamorose a causa della peste… Lui aveva poco più vent’anni e studiava a Cambridge quando scoppiò una terribile pestilenza in Inghilterra. Il giovane che aveva già una certa propensione a pensare in grande (a 11 anni, durante i funerali di Cromwell, calcolò empiricamente la velocità del vento…) , se ne andò in campagna con la madre e fu lì che, nella più completa solitudine, elaborò la teoria della gravitazione universale, nata osservando che la caduta di una mela è del tutto simile concettualmente alla caduta della luna che, nel suo moto, vorrebbe allontanarsi dalla Terra e invece non ci riesce. Il moto della luna di fatto è una continua alternanza di tentativi di fuga e di cadute. In quel periodo, Isaac era così preso dai suoi studi che si dimenticava di mangiare, di dormire… Insomma, viveva solo per quello”. Ed è quello che accadde, qualche secolo dopo, anche ad Einstein. “Contrariamente a quello che si crede – spiega Odifreddi – lui era piuttosto lento nell’elaborazione delle idee. Ai congressi scientifici i colleghi lo odiavano, perché Albert li tormentava con continue domande: perché questo? Perché quello? Spiegatemi cosa succede? Una goccia fastidiosa che non si fermava mai, fino a quando le domande diventavano così profonde che non c’erano più risposte. La grande intuizione di Einstein fu di provare ad immaginare che cosa succede se si prova a cavalcare un viaggio di luce. Anche lui per un paio d’anni sparì letteralmente dalla circolazione; anche lui quando studiò ed elaborò la teoria della relatività generale (che terminò nel 1915), si dimenticava di mangiare, di dormire, di condurre una vita normale. Quando, 4 anni dopo, alcuni fisici durante un esperimento in Brasile riuscirono a dimostrare che ciò che lui aveva teorizzato era vero, glielo comunicarono con un telegramma. Era all’università e conversava con una studentessa. Il suo commento di fronte all’entusiasmo di quella ragazza fu semplicemente: ‘Mi sarebbe dispiaciuto per il buon dio se non fosse stato vero, perché la teoria era corretta’. Da allora divenne un personaggio mondiale, ma quanta fatica e quanta applicazione c’erano dietro la formuletta magica E=mc2…”.

Insomma, tre illustri esempi per dimostrare che il talento non basta: “Il genio, anzi – conclude il professor Odifreddi – studia di più. Spesso sacrificando famiglia, affetti, amici. Magari non c’è bisogno di arrivare a tanto, ma è sicuro che per centrare un qualunque tipo di risultato in qualunque campo bisogna darsi da fare”. Ragazzi, rassegnatevi: “nessuno nasce imparato”, come si dice ad Aosta.

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